LA TESTIMONIANZA
La “resilienza” del paziente messa a durissima prova…

Caro Direttore, invio questa “lettera aperta” a l’[email protected] perché ritengo che possa rivestire qualche utilità, soprattutto al tempo del coronavirus...

BUSTO ARSIZIO

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Caro Direttore,

invio questa “lettera aperta” a l’[email protected] perché ritengo che possa rivestire qualche utilità, soprattutto al tempo del coronavirus.

Intitolo la lettera così:

La ‘resilienza’ del paziente messa a durissima prova…

Lunedì 27 aprile ho ricevuto una telefonata dal reparto di Urologia dell’Ospedale di Busto Arsizio – poco prima di mezzogiorno – nella quale mi è stato comunicato che il giorno successivo sarei stato sottoposto (nello stesso Ospedale) alla prova del tampone per accertare la mia positività o meno al Covid-19.

Mercoledì 29 sarei stato ricoverato e giovedì 30 sarei stato operato al rene destro per eliminare un calcolo che vi si annidava.

Aspettavo la comunicazione,  perché nel novembre dello scorso anno avevo subìto un analogo intervento chirurgico al quale ne sarebbe dovuto seguire un altro originariamente previsto per il 13 marzo 2020.

Peccato – per me e non solo per me, ovviamente – che nel frattempo sia esplosa l’epidemia da coronavirus, con la Lombardia epicentro della terribile  infezione.

Una sciagura sanitaria che ha stroncato migliaia e migliaia di vite e ha letteralmente devastato il sistema Italia nella sua interezza.

Una tragedia socio-economica come non se ne vedevano da almeno 100 anni!

Passata l’iniziale ‘sorpresa’ (certe notizie, anche se … aspettate, ne generano sempre), mi organizzo.

Martedì 28 aprile, ore 8,30, varco la vecchia entrata dell’Ospedale e nell’ambulatorio 1 vengo sottoposto alla prova del tampone.

Il bravo e cortese infermiere mi informa che il tampone stesso verrà immediatamente inviato al laboratorio.

Pensavo si riferisse a quello dello stesso complesso sanitario.

Il mio 1° errore.

Il giorno dopo, immaginati con quale ‘entusiasmo’, io e mia moglie, con bocca e naso protetti dalla mascherina  prevista dalla Regione Lombardia, arriviamo davanti all’Ospedale e, dopo aver passato la ‘barriera’ per superare la quale è obbligatoria la misurazione della temperatura corporea, accediamo all’atrio del palazzo di 8 piani dove sono collocati i diversi reparti operativi (Urologia è al 4°).

Preciso che all’interno dell’atrio stesso stazzona il ‘clochard storico’ che lì si trova da tempo immemorabile, senza essere naturalmente munito di alcuna protezione per se stesso e per gli altri che si recano in Ospedale, quasi che il soggetto sia al di là e al di sopra di qualsivoglia disposizione di legge e di regolamento!

Alla faccia delle tanto sbandierate (giustamente sbandierate, intendiamoci) norme di precauzione/sicurezza.

Saliamo sull’ascensore e arriviamo al 4° piano.

Saluto, immaginati con che ‘magone’, mia moglie che non può entrare e mi avvio verso l’ufficio della caposala convinto di trovarvi l’esito del tampone.

Altrimenti – penso fra me e me -, mi avrebbero avvisato, impedendomi di entrare in reparto con il gravissimo rischio, nel caso di ‘tampone positivo’, di infettarlo!”.

E questo si è rivelato essere il mio 2° errore di valutazione.

Scopro, infatti, con parecchia meraviglia e maggiore sconcerto, che l’esito del tampone non c’è ancora.

Nonostante ciò, vengo ‘accettato’ e mi viene addirittura detto che l’intervento chirurgico potrebbe svolgersi il giorno stesso (anziché giovedì 30 aprile).

Ne prendo atto e chiedo spiegazione del perché l’esito stesso dell’esame da me effettuato martedì 28 non si conosca ancora.

Nessuno mi offre una spiegazione degna di questo nome.

Non mi pare, caro Direttore, una questione di poco conto.

Che faccio?

Meravigliato e sconcertato al tempo stesso (dove sono andate a finire tutte le rigorose prescrizioni in fatto di sicurezza/prudenza/cautela che un giorno sì e l’altro pure la Regione sottolinea a ragion vedutissima?), vengo indirizzato alla camera n.9, letto 17.

Ti ripeto quanto ho già sottolineato: il sottoscritto sarebbe potuto essere ‘positivo’!

Inoltre, non posso fare a meno di notare che la stragrande maggioranza delle mascherine utilizzate (sia dai pazienti, sia dai medici, sia dai paramedici), non appartiene al modello  FFP3, vale a dire il più ‘sicuro’ in assoluto.

Quello che la Regione ci ha fatto avere – mi dice un’infermiera sconsolata – è quello che vede … e ce lo dobbiamo fare andare bene!”.

Te la faccio breve: vengo finalmente a conoscenza dell’esito del mio tampone (malgrado le mie ripetute richieste in proposito) solo alle ore 13 di giovedì 30 aprile (la stessa data in cui era previsto il mio intervento!): oltre due giorni dopo l’esame a cui sono stato sottoposto martedì 28 (ore 8,30).

Ripeto il concetto espresso prima: dove sono andate a finire tutte le rigorose prescrizioni in fatto di sicurezza/prudenza/cautela che un giorno sì e l’altro pure la Regione sottolinea a ragion vedutissima?

Il sottoscritto sarebbe potuto essere una vera e propria ‘bomba biologica’!

Come mai un simile macroscopico mal-funzionamento della macchina organizzativa regionale?

Mi viene spiegato che i tamponi non vengono esaminati all’interno degli Ospedali dove la prova viene effettuata, ma finiscono – tramite corriere – a Milano e da lì tornano indietro con i rispettivi ‘verdetti

Metta che il corriere parta 10 minuti prima del suo esame e inevitabilmente i tempi si allungano. Oltre tutto, qui a Busto, ci mancano i ‘reagenti’ necessari a fare l’analisi”, è la semplice e alquanto imbarazzante ‘spiegazione’ in merito ai ritardi.

Sono costretto a ripetermi: alla faccia della (una volta tipica) efficienza organizzativa lombarda.

Come è possibile tollerare una tale gigantesca smagliatura nella rete della sicurezza regionale?

Al netto dell’eccezionale gravità dell’epidemia, che ha investito come uno tsunami la Lombardia, rendendola la regione italiana in assoluto più colpita e più tragicamente flagellata dal coronavirus, e senza – credimi! – nessuna volontà polemica, mi chiedo e ti chiedo: come è stato possibile e soprattutto come è tuttora possibile continuare a mantenere in funzione un simile sistema che potremmo chiamare di disorganizzazione organizzata?

Per non parlare poi, e scusami Direttore se ora entro strettamente nel merito della mia personale  vicenda di paziente-impaziente, del vero e proprio stillicidio infinito di rassicurazioni, smentite, contro-rassicurazioni e contro-smentite relativamente alla data effettiva dell’intervento chirurgico.

Altro che anticiparlo a mercoledì 29!

Non è stato effettuato nemmeno giovedì 30, allorché il sottoscritto – ‘allertato’ dalla mezzanotte a cavallo fra mercoledì e giovedì – ha ‘scoperto’ solo alle ore 19,30 del 30 aprile (dopo oltre 19 ore di digiuno assoluto, senza cioè né acqua né cibo) che non sarebbe stato operato.

Gli imprevisti e le emergenze – a maggior ragione in questo periodo super-emergenziale! – sono da mettere in conto, ci mancherebbe; però, ti dico la verità caro Direttore, una comunicazione un poco più attenta e rispettosa delle esigenze del paziente (inevitabilmente … impaziente!) – costretto letteralmente ad andare a caccia delle informazioni rimbalzando come una pallina impazzita fra medici e infermieri (tutti peraltro irreprensibili dal punto di vista squisitamente professionale, intendiamoci) – me la sarei aspettata.

Il personale medico e para-medico lombardo, me ne rendo perfettamente conto, lotta da mesi contro un nemico terribile e ancora in gran parte sconosciuto alla ricerca scientifica e compie degli straordinari ‘miracoli’ quotidiani, però qualcosa  a livello complessivo di organizzazione deve essere necessariamente rivisto.

Soprattutto in rapporto ai fattori cruciali della sicurezza e della cautela all’interno delle corsie ospedaliere!

La cosiddetta eccellenza lombarda in fatto di sanità (incontestabile se riferita alla qualità professionale di chi – medici e para-medici – opera nel settore specifico), mostra non poche manchevolezze/smagliature in relazione alla rete organizzativa.

Quando entri in un ospedale per un’operazione chirurgica la tua capacità di ‘resilienza’ (la capacità di reagire adattandosi di conseguenza ai cosiddetti imprevisti) viene messa duramente alla prova.

Soprattutto in questo difficilissimo e complicatissimo (per tutti!) periodo.

Paura, speranza, delusione, attesa fiduciosa (più o meno spasmodica) sono solo alcuni dei tasselli che compongono il ‘mosaico resiliente’ del paziente, rendendolo via via sempre più impaziente e sempre più fragile psicologicamente.

L’ho potuto sperimentare direttamente fino a sabato 2 maggio, allorché sono stato (finalmente) sottoposto all’intervento chirurgico.

Domenica 3 – alla vigilia della cosiddetta ‘Fase 2’ -, in tarda mattinata, sono stato dimesso perfettamente ‘ripulito’ dal calcolo e sono tornato a casa mia, dove ho potuto riabbracciare moglie e figli illuminandomi d’immenso.

Ah, scusami caro Direttore, quasi me ne dimenticavo: scendendo dal piano 4 al piano -1 del palazzo ospedaliero, ho ripercorso l’atrio all’interno del quale i clochard erano saliti addirittura a 3 (quello ‘storico’ più altri due) e il terzetto ostentava mancanza assoluta di mascherine e totale disprezzo delle più elementari norme igieniche.

Un’altra cosa ancora: la misurazione della temperatura corporea, all’atto dell’entrata in ospedale, funziona fino alle ore 17. Qual è la ragione di una tale limitazione, tenuto conto del fatto che in Urologia, come da regolamento del reparto, può entrare una sola persona per paziente ricoverato in due specifiche fasce orarie (dalle ore 11,45 alle 12,45 e dalle 18,45 alle 19,45)?

Mi rendo conto di essere poco politically correct e di correre il rischio di essere pesantemente condannato dal Partito dei buonisti h24, però – sempre in considerazione della terribile emergenza che stiamo vivendo – mi chiedo e chiedo pure a te: perché, in Italia, le regole (in teoria) ci sono per tutti e (in pratica) non valgono mai per qualcuno?

Perché la sacrosanta esigenza della sicurezza senza se e senza ma deve subire (addirittura dentro un ospedale) simili sconcertanti e pericolose smentite pratiche?

Che fine ha fatto l’efficienza “made in Lombardy”?

Ti ringrazio per l’attenzione.

Luciano Landoni

 

Caro Luciano, conosco la tua correttezza. Pubblico la tua lettera “dolens” solo perché mi fido di te e che non hai affatto esagerato nella ….disamina della tua “avventura”. Credimi, sono esterrefatto per la negligenza con cui s’è affrontato un caso clinico. La presenza del “clochard storico” poi è un “cinema”. Lui è lì, lo sanno tutti che è lì, le vedono da tempo immemore e ….continua a essere lì senza precauzioni. Poi fanno il “tampone” (sic). Poi ….che nessuno del Reparto (medici e infermieri) indossi la mascherina FFP3 mi sconforta alquanto. E l’esempio? Sto ora pensando alle Eccellenze della Sanità Lombarda. Io lo credevo sino a quanto ho letto la tua lettera e mi dolgo davvero nel sentire un Giornalista (e permettimi, un Amico) che ha sempre difeso la Sanità Lombarda, enunciarmi quello che hai scritto. Di mio ci aggiungo solo che sono deluso. Che vorrei si ponesse fede a quanto si blatera in giro. Che si pensi a “difendere” le Eccellenze dell’Ospedale di Busto Arsizio e non di “smantellarlo” come si sta facendo. Ho nulla da recriminare sullo scritto di Landoni. E’ una persona fidata e io gli credo. Tuttavia, al Governatore Lombardo, Attilio Fontana gli dico di non ….imitare un suo ex, Roberto Formigoni che ha smantellato la Sanità Pubblica a favore della Sanità Privata e che siamo a Busto Arsizio e non in ….Sicilia dove vivono 1200 (e oltre) Cliniche Private e gli Ospedali Pubblici ….lavorano a singhiozzo per la ragione che i Siciliani “brava gente” vengono al Nord a farsi curare.

Grazie Luciano per la testimonianza.
Cordialmente
Gianluigi Marcora

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