LA FINESTRA SUL MONDO
La Valle dell’Olona e lo sciopero di Atlante

Luciano Landoni

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Vagabondare lungo le rive del fiume Olona nella valle omonima – una delle culle del sistema industriale italiano -, in questi tempi così critici economicamente e occupazionalmente parlando, può essere utile e può far nascere delle riflessioni non del tutto banali circa lo stato dell’arte della voglia di fare e del conseguente saper fare.

Ponti, ciminiere, fabbriche e campanili suggellano da tempo immemorabile l’operosità della Valle Olona.
Là dove la capacità di intraprendere e di creare ricchezza e lavoro ha mosso i primi passi e si è consolidata e rafforzata giorno dopo giorno: ieri come oggi e (forse)anche domani.

Il “forse”, visto il riemergere della (pseudo)cultura dell’assistenzialismo parassitario, è d’obbligo.
Mai come ora le parole di Carlo Cattaneo – nel 150esimo anniversario della sua morte – risultano attuali: “Ogni nuovo trattato di economia pubblica dovrebbe formalmente classificare tra le fonti della ricchezza delle nazioni l’intelligenza e la volontà: l’intelligenza che scopre i beni, inventa i metodi e gli strumenti, che guida le nazioni sulle vie della cultura e del progresso; la volontà che determina l’azione e affronta gli ostacoli”.
Ma l’intelligenza è un attributo dell’individuo, non c’è e non può esserci una specie di cervello collettivo.
L’individuo che pensa crea (il parassita copia); chi pensa produce (il parassita ruba); chi pensa tende al dominio della natura (il parassita al dominio degli uomini).
A chi pensa va data indipendenza e libertà.
Nessuno ha il diritto di usurpare anche un solo istante della vita, del pensiero e del lavoro di un uomo libero.

Giuro sulla mia vita  e sul mio amore per essa che non vivrò mai per il bene di un altro uomo, né chiederò a un altro uomo di vivere per il mio bene”, Ayn Rand, L’Atlantide, Casa Editrice Corbaccio, Milano, 2016, pag. 39

Innumerevoli nefandezze e altrettante ingiustizie sono state compiute (e continuano ad essere compiute) in nome del cosiddetto “bene collettivo”, affibbiando al singolo individuo, determinato attraverso la propria intelligenza e il proprio impegno a migliorare la propria condizione economica e sociale, l’etichetta di “egoista”, di “insensibile ai bisogni altrui”, di “spietato arrivista”.
La Storia (con l’iniziale maiuscola!) insegna che ogni progresso è il frutto del lavoro indipendente di una mente indipendente, mentre ogni barbarie è la conseguenza del tentativo di fare degli uomini automi senza cervello e senz’anima: una massa priva di volontà e spirito d’iniziativa, asservita al falso scopo del cosiddetto “bene della società” .

In questo inizio di 3° Millennio il parassitismo sociale ha rialzato la testa, le politiche assistenziali (volte esclusivamente a catturare voti) ne sono la prova più evidente (soprattutto in Italia) e la pseudo cultura anti-industriale (mai del tutto scomparsa) riprende vigore e tende a chiudere in un angolo buio la modernità e coloro i quali credono in essa e per essa si impegnano e si ingegnano.

Cosa succederebbe se costoro, vale a dire chi intraprende, ossia quelli che tengono il mondo sulle proprie spalle, proprio come faceva il gigante Atlante, anziché adattarsi (come hanno sempre fatto e continuano a fare) si ribellassero ed entrassero in sciopero?

Lo sciopero di Atlante, in altre parole, che conseguenze avrebbe?

Gli assistenzialisti e i parassiti sociali potrebbero sopravvivere?

Le loro politiche anti-moderniste e anti-storiche avrebbero ancora ragione di esistere?

Il loro tentativo di negare il futuro (soprattutto ai giovani di buona volontà e di ingegno), in nome di un presente fatto solo di menzogne del passato fallimentare, avrebbe ancora senso, oppure sarebbe finalmente smascherato e si sbriciolerebbe come tutte le falsità?

Forse, è venuto il momento per Atlante di ribellarsi.

Forse, è venuto il momento per Atlante di urlare con quanto fiato ha in gola che il re è nudo e che la finzione deve finire.
Forse, è venuto il momento di riscoprire il grande valore della voglia di fare, della capacità, della competenza.

Forse, è venuto il momento di valorizzare il saper fare.

Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza”, Carlo Cattaneo.

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