LA FINESTRA SUL MONDO
La vera democrazia e il suo surrogato

Luciano Landoni

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La vicenda relativa alla partecipazione prima ed esclusione poi della casa editrice Altaforte dal Salone del libro di Torino è paradigmatica circa lo stato di salute (e di percezione) del concetto di democrazia, oggi, in Italia.

Il fondatore della suddetta casa editrice, Francesco Polacchi, ha dichiarato testualmente: “Io sono fascista, l’antifascismo è il male di questo Paese”.

Affermazioni configurabili in tutto e per tutto come apologia del fascismo e conseguentemente fuorilegge secondo la Costituzione.

Ne deriva, quindi, che l’esclusione dal Salone del libro di Altaforte sia stata la decisione più logica?

Per qualcuno sì, per qualche altro no.

In un regime democratico ciascuno è libero di manifestare il suo pensiero, esponendolo verbalmente oppure scrivendolo.

Un principio sacrosanto che sembrerebbe però entrare in conflitto con il reato di apologia del fascismo.

Ma come? Se io sono libero di dire ciò che voglio, per quale motivo mi deve essere impedito di affermare la mia identità fascista?

La migliore risposta a queste domande l’ha fornita Halina Birenbaum, nata a Varsavia nel 1929 e sopravvissuta all’inferno di Auschwitz, che ha affermato: “La libertà di espressione va garantita. Ma prima c’è il dovere di dire la verità. Sempre. Il male non si può giustificare. Mai” (Corriere della Sera, giovedì 9 maggio, pag. 13).

Parole che scaturiscono da un’esperienza di vita che ha avuto a che fare con il male assoluto: scientificamente programmato e bestialmente attuato contro l’essenza stessa della dignità e della vita umana.

Qualche mese fa ho avuto il grande privilegio di stringere la mano e di intervistare un altro sopravvissuto agli orrori del campo di concentramento nazista di Auschwitz: Samuel G. Artale von Belskoj-Levy, che è stato anche l’ospite speciale della nona edizione del nostro premio letterario Mille e … Una STORIA.

Samuel ha perso tutta la sua famiglia e, all’età di sette anni, è stato strappato dalle braccia di sua madre che subito dopo, davanti ai suoi occhi di bambino, è stata brutalmente assassinata da uno dei carnefici di Auschwitz.

Non posso perdonare, anche se non ho perso la speranza e la fiducia nell’essere umano. Per tanto tempo – mi ha confessato – ho cercato di cancellare quei terribili ricordi. Il dolore è ancora troppo forte! Il primo novembre vado in un cimitero, leggo i nomi sulle tombe e so che non potrò trovare mai nessuno della mia famiglia. A volte  dubito di me stesso. Mi sento come un albero senza radici”.

Nel 1938 il regime fascista italiano promulgò le cosiddette leggi della razza in base alle quali gli ebrei vennero condannati alla deportazione/soppressione nei campi di concentramento.

Negare tutto questo rientra nel diritto di esprimere il proprio pensiero?

Cancellare la verità storica è consentito in nome del diritto di dire ciò che si vuole?

Winston Churchill diceva che la “democrazia è il peggiore dei regimi politici possibili, eccettuati tutti gli altri”.

Aveva ragione, tuttavia la stessa democrazia non può essere violentata concettualmente e degradata quotidianamente (quasi) con il pessimo (e pericoloso) surrogato della medesima secondo cui tutti possono dire (e fare) tutto quello che vogliono quando vogliono, come vogliono e ovunque vogliono infischiandosene dei diritti altrui e offendendo la memoria storica.

Halina Birenbaum e Samuel G. Artale von Belskoj-Levy sono fra i testimoni viventi (mentre altri 6 milioni di ebrei sono stati soppressi dalla barbarie nazi-fascista) di quanto sia indispensabile salvaguardare con tutte le nostre forze l’antidoto preziosissimo della verità storica e della memoria per impedire che la vera democrazia sia soffocata dal surrogato della democrazia.

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