LA FINESTRA SUL MONDO
Lechaim! Alla Vita!

Luciano Landoni

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Samuel Artale Von Beiskoj Levi, nato nel 1937 a Rostok, in Germania, in una antica famiglia ebreo-prussiana, nel 1944 venne deportato ad Auschwitz-Birkenau insieme alla mamma, al padre, alla sorella, al nonno e alla zia.

Il piccolo Samuel uscì dall’inferno, unico superstite della sua famiglia, il 27 gennaio 1945, quando l’Armata Rossa aprì i cancelli del lager.

Ho avuto il privilegio di conoscere e intervistare Samuel Artale in occasione della cerimonia delle premiazioni della 9° edizione (2018) del premio letterario Mille e … Una STORIA.

In quella circostanza, l’Ing. Artale presentò il suo libro “Alla Vita” pubblicato dalla GMC Editore di Busto Arsizio.

Le pagine scritte da Samuel Artale racchiudono ricordi dolorosi, anzi, terribili e forniscono a tutti noi una testimonianza preziosa mediante la quale conoscere e tentare di capire cosa abbia significato “l’odio che l’uomo è stato in grado di riversare verso i suoi simili” (pag. 105).

Rivolgendosi direttamente ai giovani, vale a dire al futuro, Samuel Artale scrive: “Immaginate un mondo senza frontiere dove ognuno, nel rispetto reciproco, è libero di esprimere  la propria identità culturale e religiosa. E’ un atteggiamento interiore da costruire giorno per giorno: alzarsi la mattina e pensare a cosa potrò fare oggi di buono per me e per gli altri. Forse questo rende la nostra vita migliore, e ci rende più umani” (pag. 105).

Queste parole, unitamente all’incontro che ho avuto con Samuel Artale e all’intervista che mi ha concesso,  mi sono ritornate nitidamente in mente dopo che alla senatrice a vita Liliana Segre, 89 anni, anch’essa internata ad Auschwitz in giovanissima età e sopravvissuta a quell’inferno di odio, violenza e soprusi, è stata concessa la scorta a seguito delle minacce che quotidianamente riceve (oltre 200 al giorno sui social network) da parte degli odiatori antisemiti.

E’ spaventevole che oggi, nel 2019, in Italia, la pianta velenosa di un male così assoluto, ottuso, miserabile possa attecchire e possa crescere.

L’anonimato vigliacco di chi si ciba dei suoi frutti e ne trae spunto per rigurgitare il proprio odio non rende meno grave un simile comportamento da parte dei seguaci di questa specie di sub-cultura che alberga nei bassifondi più oscuri della società.

C’è da chiedersi: cosa accadrà quando, per ovvie ragioni anagrafiche, le testimonianze di persone nobili e coraggiose come Samuel Artale e Liliana Segre verranno meno?

Il negazionismo, la superficiale indifferenza, l’ignoranza della storia avranno libero sfogo e non vi sarà più la diga del ricordo e il baluardo delle testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze del male assoluto ad arginare il dilagare del liquame ideologico più perverso e più pericoloso, soprattutto per le giovani generazioni (?).

Ho posto il punto interrogativo fra due parentesi perché il male non è ineluttabile (anche se è sempre in agguato, dietro l’angolo); c’è sempre la possibilità che il bene prevalga.

Il bene, però, deve essere voluto e costruito attraverso lo studio, l’impegno, il rispetto reciproco, l’educazione.

Il bene non è in alcun modo scontato, proprio come il male.

Dipende dalla volontà di ciascuno di noi.

Altrimenti la pianta velenosa del razzismo, della discriminazione, dell’ignoranza continuerà a produrre i suoi frutti e affonderà sempre di più le proprie radici in un terreno a sua volta inquinato e privo degli anticorpi che solo la cultura della tolleranza può garantire.

Il mio – scrive Samuel Artale nel suo libro – vuole essere un incoraggiamento alla vita, come diciamo noi ebrei: Lechaim! Alla vita!”.

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