Melanconia e “riflessione”
L’Epifania che tutte le feste si porta via

E siamo all’Epifania che “tutte le feste si porta via”. Quest’anno. poi, cade di sabato. Qualche mugugno, per chi lavora c'è. In verità, anche in tempi lontani, l'Epifania, un pizzico di melanconia, lo suscitava...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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E siamo all’Epifania che “tùti i festi la porta via” (tutte le feste si porta via). Quest’anno poi, la Festa della Epifania cade di sabato. Qualche mugugno, per chi lavora c’è per via di una festa in meno. In verità, anche in tempi lontani, l’Epifania, un pizzico di melanconia, lo suscitava. Basta feste, si ritornava a scuola e anche il Natale era un ricordo lontano. Che c’è di nuovo? Leggete e, nella giusta misura, stupitevi. Ci si alzava presto e non si capiva da dove calava l’improponibile calzetta appesa alla maniglia della finestra o addirittura sotto il lampadario della cucina. “Ghè riò a Befona” (è arrivata la Befana) dicevano in coro mamma, papà e zio Giannino e io lì a stupirmi per questo calzettone di svariati colori, dalla misura spropositata che (più o meno) avrebbe potuto calzare solo Polifemo. D’accordo che la Befana andava in giro a cavallo della scopa, ma gironzolare con tutte quelle calze “inaudite” diventava un’impresa di non poco conto.

La mamma nel mese precedente, la si vedeva alle prese “cunt’ul scalfèn” che (se non vado errato) erano i lavori ad uncinetto. Poi, sempre la mamma “la lauèa cunt’i gùgi” (lavorava… sferruzzava con due pezzi di ferro che chiamavano “gùgi” cioè aghi e la sua mano destra accompagnava il motivo della lana che andava a intrecciarsi con un altro motivo e che alla fine determinava un piede gigantesco che andava sempre calando per far posto al gambale). A cosa servisse quella “improponibile” calza (improponibile solo per la misura; babbo, zio ed io non portavamo calzettoni così enormi) non era dato sapere e al “giorno della Befana” si svelava l’arcano. Evidentemente, la Befana aveva commissionato a mamma la calza gigante poi qualcuno avrebbe pensato a riempirla. Dopo lo stupore passato, mettevo mano al contenuto; autentico saccheggio di ciò che la “culzèta” (calza) conteneva. Un effluvio di colori lasciava scoprire i cioccolati Italcima, i torroni, le caramelle, ma pure i “nùsi” (le noci), i “spagnulèti” (le arachidi), i “zacarèi” (le mandorle) e “i mandariti” (i mandarini) e toccava a me darne a piene mani a tutta la famiglia.

Mi convincevo pure che le “condanne” che a più riprese mi ero sentito dire erano unicamente ipocrisie. Di fatto non è che la Befana mi avrebbe portato “ul carbòn” (il carbone) riservato ai monelli e ai cattivi bimbi, come mi ero sentito dire più volte in giro (famiglia compresa), ma ecco la prova che in fondo… molto in fondo (sussurrava mamma) anch’io ero un bambino come tutti gli altri. La gioia stava proprio qui; nel considerarmi un bambino come tutti gli altri. Mamma (l’ho sentita più volte) diceva che “non esistono bambini cattivi. Ci sono quelli più vivaci e quelli un po’ meno, ma cattivi, proprio nessuno“. Il fatto mi confortava, ma a considerare le “scùetòi” (sculacciate) che ogni tanto (sarebbe da dire ogni giorno, più o meno) mi investivano (sempre e solo da mamma), mi veniva da pensare che un po’ (forse) monello, lo ero… ma lasciamo andare. Allora mi lasciavo andare in un abbraccio liberatorio con mamma che vedevo brillare come un diadema. La vedevo lucente e splendente, raggiante, bellissima col suo viso ovale contornato dai suoi capelli neri che somigliavano (quelli si) al carbone, ma davano al suo viso dal colore olivastro quel tocco di classe che per lei era innato nella sua semplicità. E mi lasciavo avvolgere da quell’abbraccio d’amore immenso.

Papà e zio Giannino mi prendevano in giro col loro “se già grandu par brascià su a màma“, ma io me la godevo la mia mamma, per dirle grazie di avere avuto un figlio così (nel senso di accettazione in tutto e per tutto). Non ho messo la traduzione del pensiero dialettale: “sei già grande (adulto) per abbracciare così la mamma” come a dire che certe effusioni tra adulti e piccini, non si usavano e “certe cose” (così le chiamavano) si facevano nella discrezione più assoluta. E non capivo il significato del “certe cose”. Per dire infine che veramente l’Epifania “tutte le feste si porta via“, ma lasciava spazio alla riflessione. Quindi, anche voi Lettori, oltre al commento sul “giorno della Befana”, sorbitevi l’Editoriale per più giorni. Con lunedì, ci aggiorniamo.

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