“San mudaizzi”
L’importanza che si dava al lavoro

Ho una chicca su Busto ricavata dai ricordi. L’ho sentita parecchie volte. E quando una frase la senti più volte, significa che ha radici profonde...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Ho una “chicca” su Busto ricavata dai ricordi. L’ho sentita parecchie volte. E quando una frase la senti più volte, significa che ha radici profonde nello slang di Busto Arsizio. Ve la propongo: “dumàn l’e san mudaizzi” e mi immagino lo stupore di chi strabuzza gli occhi e pone la domanda: “cusa l’è?“, che vuol dire?

Partiamo da una metà”parola, vale a dire “muda” che in italiano significa tuta, il completo blu di pantalone e blusa o “gechèta” (giacchetta) che ogni operaio indossava prima di andare in fabbrica. Quindi dire che “dumàn” (domani) l’e san mudaizzi” significa che dopo “il dì di festa” (carpita a Giacomo Leopardi) arriva subito il giorno di indossare la tuta, cioè di andare a lavorare. Fantasia spicciola un tantino caricaturale, ma molto intensa e molto significativa per far comprendere la vera portata di quel “san” riferito al lavoro. Ci ho messo di più a santificare il giorno del lavoro rispetto a quello della festa per un motivo semplice: qui il lavoro è sacro e chi non ama il lavoro è puramente uno stolto, uno sconsiderato, un “balabiuto“… e non aggiungo altro.

Anche per un motivo semplice. Nello slang locale, quando le persone si incontravano, prima del “ma t’e stè?” che è un volgarissimo “come stai?” dicevano “ma’l vò’ò ul lauà?” che vuol dire “come va il lavoro?”. Segno che se la risposta è “benuni” (accrescitivo di bene), quindi benone, voleva dire che si stava bene anche di salute. Al contrario, se la risposta era “malamenti” si capiva subito che qualcosa non girava per il verso giusto.

Da non trascurare il fatto che il “benuni” e il “malamenti” incorporavano lo stato di salute dei familiari, ma pure degli animali che vivevano in casa o nel podere o in stalla. Saltava fuori che “in cò tul ben” (in casa, tutto bene, ma “a covra” (la capra),” ul càn” (il cane) o “ul cavòl” (il cavallo) o “à manzeta” (la vitella) presentavano qualche problema; quindi niente “benuni“, ma “la vò insci e insci” (va così e così) che è un quasi un po’ dilatato per non doversi tuffare in qualcosa di negativo. Certo, nella realtà d’allora, il problema di salute non era unicamente riferito alle persone: quelle, dicevano, si fanno capire, parlano. Gli animali, invece, a loro modo manifestano il torpore, ma per comprenderne l’effettivo stadio di salute, occorreva intuito, esperienza e il feeling che si instaura tra animale e padrone. Sembra uno scherzo, ma è così. Quando “i cunìli” (i conigli) hanno il “cagotto” coprono la tana con il pelo che hanno addosso e che perdono, coprono pure gli escrementi per pudore, così come il pollame che si rintana in un angolo lontano del pollaio e sta “schiscio” (quieto) in attesa che passi. Visto mai (ad esempio) il gatto quando sta male? Corre in giardino o dovunque c’è erba e sceglie l’erba che lo farà guarire. Non un tipo di erba qualsiasi, ma l’erba che il gatto stesso sceglie e “sa” che gli farà bene.

Più mesti sono i cavalli e i buoi. Loro stanno quasi immobili in stalla e attendono i dovuti rimedi (che il contadino conosce a meraviglia prima di interpellare il veterinario). Ecco: il veterinario arriva qualora questi rimedi non hanno la dovuta efficacia. Ed ad egli occorre attenersi e agire secondo specifiche diagnosi.

Ritorniamo al “san mudaizzi” per dire ancora una volta quale importanza si dava al lavoro. Che non era un lavoro di fabbrica soltanto, ma quel lavoro voleva dire attività nei campi per la maggior parte della gente e attività nei campi dopo il lavoro in fabbrica. Un paragone con l’oggi è quasi impossibile… altro che “ponti”, che “settimana corta”, che “ferie da dilazionare”… in quel tempo le ferie non esistevano. La festa si condensava in due giorni: Patronale e Ferragosto, oltre (ovviamente) Natale e Capodanno. Tutto il resto era dedicato al “san mudaizzi“.

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