Lu-Ve Group Spa
L’impresa fortunata alla ricerca di bellezza, luce e verità

Ci sono tanti modi di “fare impresa” e quello in cui crede fermamente Iginio Liberali, classe 1931, presidente del Gruppo Lu-Ve Spa di Uboldo (leader internazionale nel settore degli scambiatori di calore) si basa sulla valorizzazione delle risorse umane

Luciano Landoni

UBOLDO

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Ci sono tanti modi di “fare impresa” e quello in cui crede fermamente Iginio Liberali, classe 1931, presidente del Gruppo Lu-Ve Spa di Uboldo (leader internazionale nel settore degli scambiatori di calore) si basa sulla valorizzazione delle risorse umane.

“Le aziende – ci dice, ricevendoci nella sala riunioni del quartier generale di Uboldo – sono innanzitutto donne, uomini, idee. Ai miei manager chiedo invariabilmente come prima cosa il budget delle idee, a cui segue il budget dei numeri. I neuroni devono sempre essere in azione, altrimenti sono guai”.

A supporto visivo del proprio credo aziendale, Iginio Liberali ci mette davanti agli occhi quello che si potrebbe definire lo “scudetto della leadership”, ovvero uno scudo di colore azzurro diviso in quattro parti: l’umiltà, la passione, il cervello, il valore.

“Bisogna essere umili e non smettere mai di studiare per imparare e capire. Solo così si può alimentare la passione indirizzata verso la creazione di valore. Occorre tanta materia grigia – aggiunge – per avere un cielo sempre più blu e un pianeta sempre più verde”.

La green economy supportata da ricerca e innovazione, la passione per il proprio lavoro arricchita dal senso di appartenenza, l’impegno professionale costante corroborato da una creatività felice.

“Quando, nel 1985, ho fondato la Lu-Ve l’ho fatto scommettendo su me stesso e sulla mia voglia di fare impresa. Sa qual è il significato della ragione sociale? Lucky Venture. Tradotto: Impresa Fortunata. La ‘fortuna’, però, te la devi cercare, te la devi costruire. Come puoi farlo, se non sei felice di fare quello che fai?”.

Una filosofia di vita e di lavoro che ha fatto crescere il Gruppo Lu-Ve Spa fino a farlo diventare una realtà industriale con 13 unità produttive (7 delle quali all’estero: Russia, Cina, India, Stati Uniti, Polonia), 2.800 dipendenti (anche se Iginio Liberali preferisce il termine collaboratori) di cui 800 in Italia (più di 300 a Uboldo), un fatturato consolidato di 301,7 milioni di euro nel 2018 (+14% rispetto al 2017), un export che incide per l’80% del fatturato, una propensione per gli investimenti che equivale ad una spesa in ricerca e sviluppo di 5-6 milioni all’anno.

Lu-Ve, le cui azioni sono quotate sul mercato MTA della Borsa italiana, è uno dei principali produttori europei di scambiatori di calore statici e ventilati per i mercati della refrigerazione, del condizionamento d’aria e del raffreddamento dei processi industriali.

Il Lu-Ve Group è tra i tre più grandi operatori del settore a livello planetario.

Presidente, come ha cominciato?

“Lavorando alla Necchi di Pavia, la storica fabbrica di macchine per cucire. Mio padre era operaio lì. Ho vinto per diversi anni di seguito la borsa di studio per studenti che l’azienda aveva istituito, il che mi ha permesso di fare la gavetta. Nei miei 20 anni di Necchi sono diventato direttore della divisione compressori per frigoriferi. Forte di questa esperienza e della laurea in Economia e Commercio conseguita all’Università Cattolica di Milano, sono entrato in contatto con Vittorio Merloni, patron della Indesit, nonché presidente di Confindustria, che mi volle come direttore generale della fabbrica di Fabriano. Dagli imprenditori marchigiani ho imparato tanto”.

Poi, nel 1985, il grande salto: da manager a imprenditore.

“Esatto. Mi è venuta la voglia di valorizzare al massimo tutta l’esperienza accumulata. Mi era stata segnalata un’azienda in difficoltà, la Contardo, che rilevai. Le idee le avevo, mi sono dato da fare per trovare i capitali finanziari e così è nata Lu-Ve. Per prima cosa ho cercato di ‘capire’ il mondo. Andai negli Stati Uniti e mi misi in contatto con il Politecnico di Milano per attingere a nuove idee. Compresi che nel campo della refrigerazione industriale c’era ancora molto da fare e da scoprire. Posso dirle, a costo di apparire presuntuoso, che abbiamo reinventato il modo di fare lo scambio termico. Fondamentale era, è e continuerà ad essere lo stretto rapporto con i centri di conoscenza, vale a dire le Università. Oltre al Politecnico, gli atenei di Parma, di Padova. Senza dimenticare ovviamente le Università all’estero”.

Qual è il valore aggiunto del fare impresa all’italiana?

“In realtà, ce ne sono tanti di ‘valori’. Ne scelgo uno: la qualità estetica. Ho ben presenti le parole del grande architetto internazionale Renzo Piano: io sono alla ricerca della bellezza; la bellezza è la luce; la bellezza è la verità. Bellezza, luce, verità. Per una combinazione fortunata, le prime sillabe di luce e verità compongono guarda caso la sigla Lu-Ve. Credo non sia solo una coincidenza casuale”.

Creatività, fantasia, capacità di fare bene cose belle: sono questi gli ingredienti principali del “made in Italy”?

“Non dimentichiamoci il pensiero scientifico. Qui ad Uboldo lavorano almeno 20 persone fra laboratorio e area progettazione. Ospitiamo da sempre gli stagisti universitari che vengono da noi per completare il loro lavoro di tesi e, molto spesso, rimangono a lavorare. Il Politecnico è il nostro punto di riferimento per gli aspetti tecnico-scientifici, mentre la Bocconi lo è in merito alle tematiche organizzative e finanziarie. Io stesso, quando lavoravo a Fabriano, mi ritagliavo del tempo per insegnare tecnica del commercio internazionale e strategia aziendale all’Università di Ancona. Pensare, studiare, ricercare per produrre meglio. Senza dimenticare un altro fattore fondamentale”.

Quale?

“Il 12 ottobre 2015 abbiamo festeggiato i primi trent’anni di Lu-Ve. Il 12 ottobre 1492 venne scoperta l’America. Così come è stato scoperto il Nuovo Mondo, anche noi dobbiamo sforzarci di esplorare territori nuovi. La vita è ‘sogno’, come diceva lo scrittore spagnolo Pedro Calderón de la Barca. Sono assolutamente d’accordo. Mi reputo un ‘coltivatore di sogni’. E’ così che le aziende crescono”.

Dalle belle parole ai fatti concreti: Lu-Ve si sta espandendo in Cina, dove la superficie della sua struttura produttiva passerà da 7.000 metri quadrati a 19.000 (esattamente a Tianmen) e la stessa cosa sta facendo anche in Polonia con il raddoppio del proprio stabilimento produttivo a Gliwice; a metà dello scorso anno ha acquisito la società statunitense Zyklus, a Jacksonville in Texas, e nel dicembre 2018 ha firmato un accordo per l’acquisizione della divisione “Air” del Gruppo Alfa Laval ad Alonte, in provincia di Vicenza.

“Noi dobbiamo prima ‘imparare’ e ‘coltivare’ i nuovi mercati e solo dopo potremo pensare di ‘conquistarli’. E’ questa la direttrice della strategia internazionale del nostro Gruppo. Il nostro futuro si chiama globalizzazione. Dobbiamo cercare – afferma Iginio Liberali –  i contesti più ‘vivi’, quelli cioè al cui interno il nostro settore di competenza ha delle prospettive di sviluppo pari ad almeno tre volte la crescita del Pil nazionale. Mettere insieme le diverse culture è cruciale per ottenere le sinergie migliori e più efficaci”.

Parliamo un po’ di occupazione.

“Qui ad Uboldo lavorano oltre 300 persone. In Italia i nostri collaboratori sono 800 e presto diventeranno 1.000. Il problema vero, in Italia, è la connotazione della cultura generale”.

In che senso?

“C’è ancora una forte componente di cultura anti-industriale. Molti giovani concepiscono le aziende come dei luoghi di espiazione e non di realizzazione personale. Le dico una cosa: ad Uboldo lavorano persone di 16 diverse etnie, segno evidente di quanto sia difficile, in Italia, trovare il personale adatto. Gli imprenditori italiani sono fra i migliori al mondo: siamo i terzi esportatori al mondo di prodotti meccanici, dopo la Germania e il Giappone. Sono queste le cose che dobbiamo valorizzare, senza perdere tempo correndo dietro a follie tipo la ‘decrescita felice’. Il nostro ‘petrolio’ sono le nostre idee. Puntiamo sul capitale intellettuale. Sosteniamo le Università. Favoriamo l’occupazione giovanile decontribuendo l’assunzione dei giovani. Diamo una mano alle imprese industriali che vanno all’estero. Non è tanto importante sapere le cose, quanto conoscere chi le sa”.

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