RIFLESSIONI DOPO LA STRAGE DI BARCELLONA
L’Islam moderato c’è?

Le regole delle società libere e aperte si ritorcono contro le stesse società: diffondere quelle immagini è lecito, oppure rischia di trasformarsi in un esercizio di trasmissione amplificata della paura e dell’odio?

Luciano Landoni

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Lo scorso anno, mese di marzo, mattina, sto guidando in autostrada diretto a Varese. La radio accesa. Improvvisamente, la programmazione radiofonica si interrompe per informare gli ascoltatori di un attentato terroristico, rivendicato dal Califfato islamico, all’aeroporto di Bruxelles.
La stessa mattina scelta dalla famiglia del mio carissimo amico Luigi per prendere il volo Bruxelles-Milano.
La notizia mi sconvolge. Cerco di telefonargli. Ha il cellulare staccato. Sono preoccupato e avverto una gran paura.
Dopo qualche ora, Luigi mi telefona e mi rassicura dicendomi che sua moglie, le due figlie e la nipotina sono scampate all’esplosione per un caso fortunato: hanno effettuato il controllo bagagli qualche minuto prima della deflagrazione.
Caos, urla, panico, morti e feriti.
E un’autointerrogazione angosciosa: se fosse capitato a me e alla mia famiglia?

La stessa che mi sono rivolto in occasione dell’attentato del 17 agosto che ha provocato la morte di 13 persone (due italiani, uno dei quali di Legnano) lungo la Rambla di Barcellona.
Gli assassini del Califfato hanno falciato uomini, donne e bambini.
Paola, la figlia della cugina di mia moglie, si è salvata solo perché, qualche istante prima della corsa mortifera del furgone guidato dall’umanoide dell’Isis, è entrata con le sue amiche in un negozio.
Se non l’avessero fatto, se, per una ragione qualunque, avessero cambiato idea e avessero deciso di passeggiare lungo il viale …

Ancora caos, urla, panico, morti e feriti.
Immagini strazianti e sconvolgenti, rilanciate mille volte dai social media in tutto il mondo.
Le regole delle società libere e aperte si ritorcono contro le stesse società: diffondere quelle immagini è lecito (il diritto di informare e il diritto di essere informati sono sacrosanti), oppure rischia di trasformarsi in un esercizio di trasmissione amplificata della paura e dell’odio (esattamente lo scopo degli assassini islamici)?

Si continua a (stra)parlare di integrazione etnica, culturale e religiosa; di fatto si vive in un mondo sempre più disintegrato, intollerante e intriso di violenza crudele e mortifera.
Le nostre vite sono alterate dal timore crescente di essere vittime di traumi devastanti, davanti alla porta di casa.
La tragedia è vicina a noi, lambisce (quando la sorte è benevola) amici e parenti e sembra avvertirci sorniona e spietata che prima o poi ci coinvolgerà direttamente.
I carnefici disumani di una religione disumana (ne abbiamo piene le tasche di sentirci dire che l’Islam è un’altra cosa, che i terroristi musulmani stravolgono il Corano, che c’è un “Islam moderato”), la quale è a sua volta semplicemente incompatibile con le regole democratiche della società moderna (quella, per intenderci, laica e occidentale!), hanno un’unica finalità: sottometterci cancellando i nostri costumi di vita e le regole del nostro convivere e, in alternativa, eliminarci tout court.
Non può esserci dialogo con chi ti vuole tagliare la testa.
E’ inutile porgere l’altra guancia (di guance, peraltro, ne abbiamo solo due!) a chi ti considera solo e soltanto un soggetto che è incorso nell’ira di Allah (ebreo) e vaga nell’errore (cristiano) e che, quindi, sia nel primo che nel secondo caso, altro non è se non un nemico e un miscredente.

Il vescovo di Mosul, Emile Nona, un iracheno che conosce il Corano, intervistato da “Avvenire” il 12 agosto 2014, ha dichiarato testualmente che l’ideologia dei terroristi islamici “è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli”, ne deriva allora che gli stessi terroristi islamici “rappresentano la vera visione dell’Islam”.
Ipse dixit!
Non una “degenerazione”, quindi, ma la inevitabile, rigorosa e logica applicazione dei dettati coranici.

Il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento della religione cristiana non c’è mai stato in quella islamica, se è consentito questo rozzo parallelismo.
In proposito, mi pare di risentire certi discorsi che, all’epoca del terrorismo delle Brigate Rosse (che molti commentatori si ostinavano a definire “sedicenti”) e degli orrori perpetrati dai “paradisi comunisti” (Unione Sovietica, Cina, Cambogia), sostenevano la tesi in virtù della quale simili manifestazioni concrete dell’ideologia comunista non rappresentavano affatto il comunismo stesso, ma una sua degenerazione.
A nulla valevano le controrepliche di chi, invece, denunciava il fatto che il tentativo di inverare, qui su questa terra, le regole alla base della “società comunista” avesse provocato inevitabilmente/inesorabilmente l’instaurarsi di dittature terribili e spietate.
Le “dure repliche della storia” (copyright Norberto Bobbio) hanno rimesso le cose a posto.

E’ augurabile che, in presenza di una dittatura ancora più terribile e ancora più spietata – quella della teocrazia islamica – , tutti (ri)aprano gli occhi e tutti reagiscano di conseguenza anche “solo” ribadendo con chiarezza e con fermezza che :”L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. E’ incompatibile col concetto di civiltà” (Oriana Fallaci).
“Prima ancora di lei (Oriana Fallaci, ndr), nel 18° secolo, l’enciclopedista francese Holbach metteva in guardia i suoi contemporanei: quando gli uomini credono di non dover temere altri che Dio, non si fermano davanti a nulla. Questo è il fanatismo religioso e non lo si contrasta con il buonismo, né con la timidezza, né con la codardia” (Arturo Pérez-Reverte).

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