Ciò che mi sconvolge non è il boss
Mafia o le mafie? Mafia o mentalità mafiosa?

Quando si parla di mafia e si è profondamente consapevoli del significato di questa parola, parlarne non è esente dal provare spesso un impotente nodo alla gola congiunto a un persistente, pungente e forte conato...

Michela Diani

Busto Arsizio

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Quando si parla di mafia e si è profondamente consapevoli del significato di questa parola, parlarne non è esente dal provare spesso un impotente nodo alla gola congiunto a un persistente, pungente e forte conato di vomito. Sono consapevole che le parole che uso sono spesso forti e violente contro determinati comportamenti umani, tuttavia credo che vi siano cose dove non sia possibile collocarsi nella terra di mezzo, e neppure tentare la strada dei ‘tarallucci e vino’, cosa abbastanza tipica nella mentalità dell’ italiano medio.

Il motivo per cui la mafia ha assunto così tanto potere all’interno della nostra società è che ha imparato a confondersi in maniera capillare e ‘intelligente’ con le maglie della quotidianità, conducendo il cittadino comune e non si sa se buono d’animo o di fatto semplicemente un po’ coglione, a non cogliere più una distinta differenza tra bene e male, tra onesto e disonesto, tra furbizia e illegalità.

Ciò che mi sconvolge non è il mafioso di per sè, il Toto’ Riina carnefice e aguzzino, perché di taluni personaggi la storia non è purtroppo avara. Ciò che mi sconvolge è la presenza di innumerevoli macchiette, di insignificanti mafiosetti da strapazzo, di piccoli bravi manzoniani, incontrastati, sulle scene di ogni dove. Non so se le persone a cui mi riferisco possano essere identificate con coloro che Giovanni Falcone chiamava ‘ i cretini’, so solo che essi non sono persone importanti, sono solo personaggetti pressoché insignificanti e inutili che assumono importanza non in quanto a loro stessi, ma in quanto all’ utilità che la mafia dona loro adoperandoli per i suoi fini.

Ciò che mi sconvolge non è il boss, ma la gara d’appalto truccata o finta per una mensa scolastica, un racket di compravendita di equilibri in una istituzione anche quando ciò va a inficiare il bene della collettività, la messa ad hoc di un servo servile in un ruolo chiave, la normalità di una mafia che viene data per scontata come fosse cosa di normale routine. Ed ecco che la mafia ha trovato nei secoli le sue vie di passaggio tra favori e favoritismi un po’ pesanti, facendo leva su un modo di pensare comune basato su ignoranza, faciloneria, superficialità, e quel buonanimo dell’ italiano medio che nulla ha a che spartire con l’ eroe impavido dei miti o il cavaliere che sconfigge il drago delle fiabe. Quando la tempra di un popolo è molle è molto più semplice che attecchisca l’ esatto opposto del pregio, del valore e della virtù. Desidero introdurre la mia intervista a Gianni Pesce su queste note. Voglio spogliare il suo valore dal mito per vestirlo di normalità per fare sì che noi persone comuni ci possiamo imbevere del profumo di coloro che hanno dato la vita al servizio dell’ onestà per riportare sulla terra del vivere comune quel mito, quel modello di uomo e di spessore umano che forse l’italiano medio a parte pochi eroi, non ha mai conosciuto e che, in tutta franchezza, ogni tanto mi domando se abbia interesse autentico a conoscere, visto che il nostro paese sembra essere un assoluto trionfo quotidiano dell’illegalità e della furbizia.

 

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