La mia Pierina
Una mamma così non l’hanno avuta tutti…

C’è un detto bustocco “raccapricciante” che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Lo usavano per lo più le mamme di allora, quando preparavano in cucina un gustoso lesso...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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C’è un detto bustocco “raccapricciante” (quasi) che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Lo usavano per lo più le mamme di allora, quando preparavano in cucina un gustoso lesso. Niente paura, tanto seguirà una spiegazione che darà la stura al suo significato. Eccolo qui, il detto: “à ta infesu ùl cu cunt’un co d’ài” che letteralmente significa “ti metto nel culo una testa di aglio”. La Tradizione culinaria Bustocca (e forse non solo) usava apporre a un bel pezzo di carne (non conosco a menadito le parti di carne necessarie per un buon lesso) un foro capace di accogliere una “testa d’aglio”. Mamma diceva che l’aglio serviva per insaporire la carne stessa che non doveva essere “slegnusa teme a cica mericòna” cioè la carne, quando la mangi la devi gustare e non deve resistere troppo alla masticazione, ma deve essere “giusènta” cioè gustosa, morbida, con dentro nervetti che si sciolgono in bocca.

Da qui, quel “taglio” impresso al pezzo di carne, si… allargava il significato. E quando i ragazzi passavano i limiti del buon gioco, si sentivano dire “finisàla, se da non à ta infesu ul cù d’ai” che rappresentava una minaccia folcloristica e nulla più. Ѐ mai successo (ecco il motivo di aver scritto in apertura di articolo, con le opportune virgolette “raccapricciante“) di vedere attuata quella punizione, altrimenti si sarebbe trattato di “abuso di potere – maleducazione – violenza carnale” che proprio non si addicevano alla buona educazione.

Ne approfittiamo per dire che – allora – l’educazione era magari un tantino “rustica” ma portava ad effetti lusinghieri. Si imparava il rispetto, ad esempio. Si avevano esempi concreti, ad esempio. Si sapeva a priori qual era la “certezza della pena” senza sgarrare a oltranza. Se metto qui gli esempi dell’educazione espressa dalla mia Pierina, non basterebbe un libro. Tuttavia, non voglio far apparire la mia mamma, un “cerbero” o un “diavolo” pronto a reprimere l’esuberanza di me bambino.

Solo che il senso di Giustizia della mia Pierina era primordiale e lei non tollerava gli eccessi della mia esuberanza e io non lo capivo. Forse, oltre a essere un bambino vivace ero pure “tardo di comprendonio”, nel senso che ricadevo sempre negli stessi errori e ciò mi disturbava troppo e… disturbava pure la Pierina. “Un dì o l’òal, lu capirò” (un giorno o l’altro – diceva mamma – capirà la ragione) e mamma insisteva nella “lezione” e non si stancava mai d’essermi vicino.

A casa poi si respirava l’aria dell’accondiscendenza, con tanto di spartizione dei ruoli. Chiarisco: il babbo e lo zio Giannino (ho già detto in qualche altro Editoriale che nel nostro Stato Famiglia c’era pure lo zio Giannino, fratello di papà, accolto in casa dopo che l’avevano dato disperso e morto dopo l’8 settembre 1943) erano come la Svizzera, NEUTRALI. Il babbo era di carattere buono e conciliante e quando doveva compiere un intervento “punitivo” nei miei confronti, si limitava a dire “…sì, però non fare così…” poi aggiungeva con uno sguardo buono “non farlo più” anche se in cuor suo sapeva che la mia promessa non era un giuramento. Zio Giannino poi non “osava” contraddirmi. Lo ritenevo il mio “fratello maggiore” e certe confidenze le facevo a lui e non a mamma e papà che avevano ruoli precisi sulla mia “gestione”.

A scuola – poi – quando qualcuno mi diceva “come sta tuo padre?” rispondevo candidamente “quale?” disorientando chi poneva la domanda che replicava….”come, quale?” e subito chiarivo che per me, papà Angioletto era il papà naturale, mentre lo zio Giannino, maggiore di un anno del fratello Angioletto, era il mio secondo papà, ma pure mio fratello maggiore e in aggiunta, il mio confidente.

E arriviamo a mamma. Che dire? Nel libro FATTI MIEI ho scritto che lei impersonava per intero il ruolo di Accusatrice, Pubblico Ministero, Avvocato Difensore, Giudice. Senza repliche degli altri, senza ulteriori discussioni e senza (soprattutto) processo di appello. Altro che tre gradi di Giustizia. Due erano superflui. E arrivava la “pena” con certezza della sua applicazione.  Ho capito cammin facendo che una mamma così non l’hanno avuta tutti. Io ringrazio il Buon Dio d’avermi dato una mamma come la mia Pierina e mi fermo qui a tessere le lodi per questa deliziosa creatura femmina. Non dovessi farlo, Lei, da Lassù mi “infeserebbe ùl cu d’ai”. E non è il caso!

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