La “lettera aperta” di Cristiano Gatti da Bergamo
“Meglio fermarci subito e metterci in salvo, che fermarci dopo, per forza, con tanti morti attorno”

Dopo oltre un mese di lotta senza quartiere contro l’epidemia da coronavirus, con la sanità lombarda in trincea e capace di compiere qualcosa di molto vicino al miracoloso in termini di professionalità e abnegazione, i primi, timidi segnali positivi cominciano a manifestarsi

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Dopo oltre un mese di lotta senza quartiere contro l’epidemia da coronavirus, con la sanità lombarda in trincea e capace di compiere qualcosa di molto vicino al miracoloso in termini di professionalità e abnegazione, i primi, timidi segnali positivi cominciano a manifestarsi.

Lunedì 23 marzo i ricoverati, in Lombardia, sono stati 9.266: in leggero calo rispetto ai 9.449 di domenica.

Così come i morti: lunedì sono stati 320, domenica 361 e sabato 546.

Forse vediamo la luce in fondo al tunnel”, ha detto l’assessore regionale Giulio Gallera.

Questo è il momento critico per eccellenza.

Ora più di sempre bisogna tenere altissima la soglia della prudenza e del rispetto scrupoloso delle norme comportamentali, anzi, della norma comportamentale in assoluto più importante: starsene a casa!

Ognuno di noi deve fare il proprio dovere, per salvare la propria vita e non mettere a repentaglio quella degli altri.

Da questo punto di vista, le testimonianze dirette assumono una rilevanza estremamente significativa.

Da esse si possono trarre utili insegnamenti.

Soprattutto da quelle provenienti dalle aree maggiormente colpite dal virus, tipo la provincia di Bergamo.

In questo senso, la lettera aperta diffusa dal collega Cristiano Gatti, un giornalista residente proprio nella città di Bergamo, fornisce delle indicazioni parecchio interessanti che a loro volta inducono delle riflessioni non banali.

Questa storia, in fondo, è nata poco più di un mese fa. Una sera – esordisce Cristiano Gatti, guardando i reportage dalla Cina, mia moglie disse a tavola qualcosa del tipo ma santo Iddio, quella povera gente, pensa come devono vivere, pensa la paura. E pensa se capitasse a noi … Il 20 febbraio, il primo caso di Codogno. A molti, qui, sembrava lontano. A me sembrò subito in casa: cosa sono 50 chilometri per un virus. Difatti, poco tempo dopo, Alzano e Nembro. A seguire, il resto della provincia”.

In effetti, è stato proprio così: il virus da principio sembrava un problema (quasi) esclusivamente della Cina, con qualche vaga preoccupazione in merito ai contatti economico-commerciali fra la stessa Cina e il resto del mondo; figurarsi, però, se una simile sciagura sarebbe arrivata anche qui da noi …

Questo è stato un po’ il retro-pensiero tranquillizzante con il quale la stragrande maggioranza di noi italiani si è cullata più o meno (in)consapevolmente.

Lo descrive bene Cristiano Gatti.  

Attorno, nei primi momenti, la cornice che ormai conosciamo bene: da una parte i preoccupati (come me) definiti più o meno paranoici, ansiosi compulsivi, profeti di sventura, e sopra invece il coro possente degli ottimisti, guidati dai nostri rappresentanti più autorevoli. Il sindaco di Alzano che non vuole chiudere come a Codogno perchè questa è una zona nevralgica per l’economia, come si fa a fermare le attività produttive, con lui autorità molto più in alto, il governatore Fontana per il quale via, questa in fondo è poco più di un’influenza, il sindaco Sala a Milano che suona la grancassa, non possiamo ridurre Milano a un mortorio, hashtag Milanononsiferma, a Bergamo il nostro Gori che non vuole restare indietro e lancia con i commercianti il suo orgoglioso hashtag Bergamononsiferma”.

A tutti noi, tranne le solite eccezioni che in quanto tali non fanno mai testo, non pareva né vera né accettabile la prospettiva di cambiare radicalmente stili di vita e comportamento; ci rifiutavamo psicologicamente di mettere in discussione quei pilastri socio-economici sui quali, soprattutto qui nel Nord Italia super-industrializzato, ha poggiato da sempre la nostra sicurezza esistenziale, il nostro legittimo orgoglio operoso.

Reazione del tutto comprensibile, intendiamoci.

Ma, al tempo stesso, carica di conseguenze pericolose.

Anche in questo caso, le parole di Cristiano Gatti sono estremamente significative.

E’ inutile girarci attorno: ci ha fregati la nostra virtù più nota e riconosciuta, l’operosità imprenditoriale. Quel fuoco che abbiamo dentro da generazioni, che ci spinge a fare, a fare, a fare, in ultima analisi per produrre, produrre, produrre, per guadagnare, guadagnare, guadagnare. E’ un po’ forte dirlo, ma non bisogna temere la forza delle parole: la nostra cultura volgarmente detta palancaia, qualcosa che ha a che vedere con l’intraprendenza congenita, ma anche con l’avidità, ci ha impedito di fermarci. Di tirare il freno prima di andare a sbattere. E abbiamo sbattuto. Come si fa a fermare la locomotiva d’Italia? Come si fa a fermare tutto? Come si fa: visto che non ce l’hanno mostrato i sindaci, ce l’ha mostrato uno stupido virus, come si fa. Per non chiudere qualche paese, adesso abbiamo chiuso il mondo”.

Una volta che il problema si manifesta in tutta la sua gravità, la molla dell’orgoglio operoso (ed efficiente) delle genti lombarde scatta puntuale e reagisce, senza stare a perdere tempo in lamentazioni sterili e inutili.

In generale, però, tanta disciplina. E tanto, tanto, tantissimo senso del dovere, che qualcuno sui media definisce eroismo, ma che qui – scrive Cristiano Gattiè semplicemente fare ciò che si deve fare: i medici, gli infermieri, i volontari, tutta una favolosa combriccola che non crolla nemmeno sotto le mazzate del bisogno, della fatica, della disperazione”.

Certo, a tutto c’è un limite.

Anche al coraggio e alla voglia di reagire positivamente malgrado tutto.

D’altra parte, non è così naturale andare sui balconi a cantare Azzurro quando il lutto è entrato in casa. O l’ha lambita. Non c’è famiglia – sottolinea Cristiano Gatti -, si può dire, che non sia toccata. Solo come esempio: io ho salutato tre persone care in una settimana. Non parenti stretti, ma persone care. Come tutte, sono morte nel modo peggiore, supposto ci sia un modo migliore: portate d’urgenza all’ospedale, la famiglia tenuta lontana, la solitudine come compagnia. E da lì la fine, senza una mano familiare per l’ultima carezza, senza una voce per l’ultima parola. I loro cari rivedranno soltanto un’urna, quando sarà possibile”.

Questa terribile esperienza che, qui in Lombardia, stiamo vivendo (cercando di sopravvivere) sottopone tutti noi, soprattutto coloro i quali sono nati e cresciuti nel dopoguerra, ad un difficile esame di maturità generazionale rispetto al quale l’alternativa alla promozione non c’è, non deve esserci, essendo una non-alternativa. Stiamo imparando sulla nostra pelle cosa significhi difendere a tutti i costi il bene supremo della vita, sopportare – per la primissima volta in misura così intensa – la parziale privazione delle nostre libertà, convivere con un senso di profonda preoccupazione/paura che ci sbatte in faccia tutta la nostra precarietà e anche la nostra presunzione.

Quella stessa presunzione in virtù della quale ci eravamo abituati a dare (quasi) tutto per scontato e acquisito, con arroganza e ignoranza.

Un conto è parlare di “età dell’incertezza” (con l’intima convinzione, per la maggior parte dei casi, di non rischiare più di tanto), un altro è viverla direttamente e drammaticamente sulla propria pelle (con la paura, sempre più diffusa, di rimanerne vittima).

La verità? La verità è che in questa terra è entrato di prepotenza, senza contratto e senza permesso di soggiorno, un immigrato odioso: la paura. Di fatto è il primo cittadino, più di qualunque sindaco. Nessuno l’ha eletto – precisa Cristiano Gatti – , ha preso il comando con metodi stalinisti, e non ammette obiezioni. Domina in tutte le case, s’è insinuato capillarmente ovunque, s’è infiltrato da tutte le fessure. Faccio outing: uno dei miei figli soffre da sempre delle allergie primaverili, da un paio di giorni ha cominciato a starnutire, vogliamo credere che sia la solita seccatura. Ma l’idea remota che sta seduta là in fondo, all’ombra del dubbio, quanto meno riesce a smuovere qualche brivido. Eppure. Eppure Bergamo non cede. E’ in ginocchio, ha le sirene nelle orecchie, ma non cede. Prima o poi il domani comincerà. Anche qui”.

Per ricominciare, però, occorre essere vivi!

Banale, certo, e tuttavia profondamente vero.

La parte conclusiva della lettera aperta di Cristiano Gatti lo spiega come meglio non si potrebbe.

Sono parole che faremmo bene ad imparare a memoria.

Piuttosto, dico a tutti: guardateci. Pesate la nostra pena. E considerate che avete una piccolissima fortuna, eppure decisiva: proprio il caso Bergamo. Cioè qualche settimana di vantaggio. Noi avevamo Codogno, ma l’abbiamo ignorato, spavaldi e incoscienti. Voi usatelo, questo vantaggio. Per mettervi al riparo. Non commettete i nostri errori, non fate i faciloni, non pensate ‘come si fa a fermare tutto’. Meglio fermarci subito e metterci in salvo, che fermarci dopo, per forza, con tanti morti attorno. Purtroppo, abbiamo tutti dentro un richiamo ancestrale vagamente suicida: siamo convinti sempre che a noi non possa succedere. Andiamo anche ai funerali con questa inconscia certezza: succede agli altri, a me no. Da Bergamo, posso solo lanciare a tutta Italia questo accorato messaggio: non è nuovo, è antico come il mondo, anche se puntualmente ignorato dagli uomini: non c’è niente, proprio niente, che valga la vita. E’ adesso il momento di ricordarlo”.

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