New Digicom (B810 Group)
Mi connetto, quindi sono

Il matrimonio aziendale, che assomiglia tanto ad un’acquisizione, è avvenuto il 7 maggio 2017: la Digicom è entrata a far parte del Gruppo B810 di Reggio Emilia trasferendosi dalla sede storica di Cardano al Campo in quella di Legnano

Luciano Landoni

LEGNANO

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Il matrimonio aziendale, che assomiglia tanto ad un’acquisizione, è avvenuto il 7 maggio 2017: la Digicom (azienda con quarant’anni di esperienza nel settore elettronico/informatico) è entrata a far parte del Gruppo B810 di Reggio Emilia  trasferendosi dalla sede storica di Cardano al Campo in quella di Legnano.

Nulla di meglio, quindi, dell’inaugurazione della nuova sede, programmata nella giornata di mercoledì 20 giugno, per raccogliere l’intervista di Riccardo Pedroni, 50 anni, tra i fondatori di B810 Group, amministratore delegato di New Digicom.

Qual è il vostro core business?

“La comunicazione fra gli oggetti e fra gli oggetti stessi e le persone. Per essere ancora più chiaro: sto parlando di Internet delle cose, cioè di IoT (Internet of Things). Più in generale: soluzioni di connettività nei settori telecomunicazioni, ascensori, telematica e automotive. Avevamo bisogno di un partner con cui completare la nostra capacità di offerta, soprattutto dal punto di vista progettuale, e l’abbiamo trovato in Digicom. Viviamo in un mondo che cambia giorno dopo giorno con una rapidità e un’intensità mai viste prima e per rimanere competitivi in un simile contesto è indispensabile evolversi”.

B810 Group impiega circa 200 persone (35 in New Digicom) e fattura annualmente 31 milioni di euro; le sedi operative sono dislocate a Reggio Emilia, a Legnano e in Sardegna.

“Abbiamo un ufficio acquisti in Cina”, precisa Riccardo Pedroni.

“Vogliamo offrire ai nostri clienti – aggiunge – un servizio a 360°: idea, progetto, costruzione, spedizione cercando di fare tutto al top”.

Industria 4.0, per voi cos’è?

“Se ne fa un gran parlare. E’ nata in Germania che ha una base produttiva completamente diversa da quella che c’è in Italia. Da noi sono nettamente prevalenti le piccole industrie, ecco perché la vera domanda è questa: c’è veramente necessità dell’Industria 4.0? Da un certo punto di vista, noi la praticavamo già una decina di anni fa. Aggiungo una cosa: le nuove tecnologie hanno il potere di cambiare gli stili di vita. Ecco perché le nuove tecnologie vanno metabolizzate e … digerite. Non è un processo così semplice”.

Vale a dire?

“Noi abbiamo brevettato, qualche anno fa, un sistema per la rilevazione dei bimbi in auto. L’abbiamo chiamato Tippy Dt – 201: consiste in un sensore installato sul seggiolino dove siede il bambino che invia un ‘messaggio’ allo smartphone del genitore evitando così che il figlio venga … dimenticato in auto, eventualità che si verifica più spesso di quanto non si pensi. All’inizio l’accoglienza del mercato è stata tiepida, successivamente, anche grazie a degli accordi che abbiamo fatto con aziende di primario livello nel settore dell’infanzia, le cose sono cambiate in meglio: ad oggi possiamo contare su 150/170 attivazioni alla settimana. Come ho già detto, è una questione di sensibilità culturale a cui fanno seguito modifiche nel nostro stile di vita”.

Insomma, se la vostra “filosofia” è chiara (far comunicare gli oggetti), la fase di “apprendimento” (accettazione) da parte del mercato non è scontata?

“E’ per questo che bisogna darsi da fare al massimo, sempre, senza mai mollare un attimo. L’operazione di acquisizione-ristrutturazione aziendale c’è costata 6,5 milioni di euro: un investimento estremamente significativo che adesso dobbiamo far rendere. Non si può sbagliare e quello che si deve fare bisogna farlo velocemente! Io sono ottimista per natura e credo moltissimo nel gioco di squadra”.

Tutti insieme produttivamente.

“Certo. La valorizzazione delle risorse umane sta tutta nella consapevolezza di ciascuno, nessuno escluso, che è fondamentale, anzi di più, ‘remare’ in una direzione che permetta all’azienda di sopravvivere. Le uniche ‘certezze’ possibili sono quelle che ci costruiamo noi. Se il bilancio aziendale è positivo tutta la squadra ne beneficia, se le cose viceversa non vanno bene i problemi sono di tutti. Dobbiamo essere coscienti che il mondo è cambiato. Ognuno deve essere imprenditore di se stesso. Per me non ci sono ‘dipendenti’, ma collaboratori con cui puntare al successo aziendale. Un successo, lo ripeto ancora una volta, di squadra”.

Sempre in merito alla valorizzazione delle risorse umane, parliamo un po’ dei giovani.

“Siamo alla ricerca di ingegneri elettronici (ne abbiamo appena assunti 3 provenienti dall’Università di Cagliari, un ateneo molto attivo) e di addetti commerciali. Vogliamo sviluppare una stretta collaborazione con il sistema formativo locale, a partire dal Politecnico di Milano”.

Perché B810 Group si chiama così?

“La ragione è molto semplice: a Reggio Emilia l’azienda si trova in via Bernini, all’interno della zona industriale, e i reparti di ricerca e sviluppo sono collocati nei capannoni 8 e 10. Abbiamo messo insieme tutti questi fattori”.

Industria 4.0, ovvero la … semplicità di una ragione sociale.

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