Ho letto della maxirissa in centro a Busto
Mi ha fatto specie…

Mi ha fatto specie leggere della maxirissa a Busto Arsizio fra ragazzi. Li hanno chiamati “ragazzi”, ma la loro età oscillava dai 19 ai 22 anni. Ragazzi? Forse un tempo

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Mi ha fatto specie leggere della maxirissa a Busto Arsizio fra ragazzi. Li hanno chiamati “ragazzi“, ma la loro età oscillava dai 19 ai 22 anni. Ragazzi? Forse un tempo, quando la maggiore età arrivava (agognata) a 21 anni, poteva starci; ora no. Ora che la maggiore età arriva a 18 anni, di “ragazzi” (e di ragazzate) non ne voglio più parlare. Discuto il fatto – tuttavia – e, dal rapporto dei Carabinieri che sono intervenuti a sedare la rissa (motivi futili) s’è scritto; poi s’è capito o intuito che la “futilità” era rivolta a un apprezzamento (più o meno volgare) nei confronti di una ragazza. La maxirissa (s’è precisato) si è svolta fra ragazzi italiani (l’hanno precisato per non incorrere nel solito distinguo razziale), ma il discorso è: perché si è arrivati a ciò?

Di motivi ce ne sarebbero tanti; qualcuno sicuramente mi sfugge, ma in buona sostanza, si arriva a una maxi rissa perché il “branco” si sente forte nella sfida, mai nel confronto. Il palliativo che fa degenerare ogni tipo di questione è l’apprezzamento nei confronti di una ragazza, mentr’invece lo scopo (la scintilla) che produce violenza è l’emulazione di forza che si vede nei film; è il tornaconto becero di chi impone violenza che va a cozzare con l’identica visione di chi la subisce.

In verità, certe “difese” e certi dialoghi non si usano più. E quando si manifesta una maxirissa, non è che tutti i contendenti avessero la bramosia di “difendere” una ragazza. Hanno invece la voglia di sconquassare tutto: il nemico, il contendente, le suppellettili, il mondo. Tanto per fare un paragone, anche in epoche di “ieri” succedeva di volere difendere una ragazza. Mai e poi mai, tuttavia, si ricorreva alla lite di massa. Al massimo, la parte offesa ce l’aveva col contendente, ma non si manifestava la colluttazione che coinvolgeva troppe persone. Eppoi: che vuol dire “difendere” una donna da un apprezzamento? Basterebbe che la donna stessa dimostrasse noncuranza o platealmente di non gradire l’apprezzamento e chi l’ha espresso si sentirebbe molto più offeso, senza ricorrere alla forza bruta. Chiaro che un apprezzamento non deve essere volgare, ma di fronte all’ignoranza di chi lo fa si antepone l’intelligenza di chi lo ricevere, senza ricorrere alle maniere forti.

La maxirissa deve però far meditare. Anche per non lasciare lo strascico della demenza di chi demente lo è per natura. I Carabinieri intervenuti, oltre a rischiare nella colluttazione dei “ragazzi” hanno dovuto usare maniere “convincenti” per sedare la rissa… e poi? La Legge… o Benedetto il Signore… la Legge, ma cosa dice la Legge? Non la faccio lunga: tiratina (ipotetica) d’orecchi, monito (più o meno paternalistico) che fa a pugni con l’insegnamento e (non ne sono certo) due o tre ore in galera, poi, tutti i “ragazzi” fuori e a ridere della bravata.

Che fare? Ecco mi sembra di vedere il Lettore dire “tu, che avresti fatto?” – Lo scrivo e ne sono veramente convinto. Dopo l’identificazione di ciascuno dei “ragazzi”, li avrei fatti accompagnare in carcere, processo per direttissima e contabilizzazione dei danni materiali procurati in luogo pubblico, avviso alle rispettive famiglie di portare il “saldo” dei danni o commutazione della pena in “lavori socialmente utili” con tanto di annotazione sulla fedina penale.  Un giorno o l’altro, questi “ragazzi” si accorgeranno che per vivere in una società civile, c’è bisogno di educazione, un pizzico di tolleranza e la convinzione che chi deroga dalle buone maniere deve subire il “chi sbaglia paga” e per completare il detto e i cocci sono suoi, mettendo al posto dei “cocci” la parola “conseguenza”. Il rispetto arriva dalla “certezza della pena” non dalla convinzione che sono ragazzi. Col pietismo si risolve nulla! E soprattutto, a “pagare” sono gli innocenti!

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