Tempi andati
Mi viene un nodo alla gola

“Vede signora Pierina, il suo Gianluigi non parla l’italiano, ma parla il dialetto tradotto”. Tempi andati e... mi viene un groppo in gola...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Brusògiu” – siamo alle prese con una parola che ne riflette tante altre. C’è di mezzo un pensiero. I nostri vecchi non sprecavano il tempo e nemmeno le parole. Letteralmente “brusògiu” significa “bruciore di stomaco”;  quando l’acidità di una cattiva digestione, incombe. Uno si nutre male ed eccoti il “brusògiu” che richiede “qualcosa” per digerire.

Ed eccoci al senso non proprio etimologico della parola. Siamo di fronte, invece, all’effetto pratico. E appunto, lo sveliamo. Quando “uno” sta sulle scatole agli altri, si dimostra un “brusògiu“, al pari del “crapòn” (testone) che la vuole sempre vincere, che vuole a ogni costo l’ultima parola, che se ne infischia del parere degli altri. Dopo un’attenta analisi del dialogo, chi resta imperterrito sulle sue posizioni, diventa per gli altri un “brusògiu” e… per farlo passare occorre un’Alka-Seltzer o un… digestivo.

Adesso che viene la stagione mite, in attesa della “bella stagione”, “ùl paèsàn” (il contadino) si cimenta con le semine. Abbiamo accantonato”ùl brusògiu” pensando d’aver esaurito il tema. Non prima d’aver detto però che l’epiteto può essere allargato a chi è indolente, a chi fa il “cù e mèna” (colui che “scodinzola” e fa nulla di buono) e a chi ha la “schèna fregìa” (schiena fredda – sinonimo di colui che se sapesse chi ha inventato il lavoro, commetterebbe un omicidio).

Tuffiamoci allora in un… problema analogo. Vale a dire il significato completo del “bastardu” e di suo “fratello- testardu“. In verità, ne avevamo già discusso, ma parecchie persone che hanno letto il frontespizio di VOLARE trovandoci il “nativo e lavativo” mi hanno chiesto lumi su ciò. Quindi, parliamone. Dire a un Bustocco “lavativo” soltanto equivale a dire a un meridionale, bastardo. Ѐ l’offesa più grande. Un Bustocco “lavativo” è quanto di peggiore si possa essere. Proprio qui, la “patria del lavoro” non trovano scampo gli indolenti. Che, perbacco, ci sono e nella categoria ci mettiamo pure i mantenuti, coloro che non hanno mai lavorato. Oppure coloro che si sono appoggiati a una laurea mai ottenuta, o ottenuta tardi, molto tardi. Chiamiamoli indolenti e non se ne parli più! Non tiriamola troppo lunga. Da noi, dire “bastardu” equivale a dire “testardu“: quindi, nessuna offesa, nessuna allusione, nessuna… cornificazione. “Bastardu, a Busti, al vòi dì testardu” con appresso altri tipi di significati analoghi… zucòn, crapòn e via discorrendo.

D’altro canto, dire a un Bustocco “nativu e lavativu” gli si fa un complimento; un dato di fatto, un vanto. “Al vòi dì” (significa) dessi nasù a Busti, cun màma e pò da Busti e cunt’i quatàr noni da Busti“. Serve la traduzione? Facciamola: “nativo e lavativo” vuol dire di essere nato a Busto Arsizio, da mamma e papà nati a Busto Arsizio, coi quattro nonni nati a Busto Arsizio. Più… Bustocchi di così!… Significa pure che tutti gli altri (a Busto Arsizio ci sono circa 83.000 residenti) sono semplicemente Bustesi.

Vuol pure significare che spesso si sente “mischiare” la parlata e si odono commenti del tipo… vengo da fuori ma risiedo da 20-30-40-50 anni a Busto Arsizio, quindi sono un Bustocco. Beh, comprendo la lusinga di voler essere a tutti i costi un Bustocco, ma se la “regola” è quella sopra enunciata, convincersi (convincere) di essere catalogati Bustocchi a tutti i costi, non vale per niente. A occhio e croce (chiediamo conferma all’Ufficio Anagrafe del Comune) su 83.000 residenti (non citiamo e non contempliamo chi abita a Busto Arsizio e non è residente) di Bustocchi “nativi e lavativi” ce ne sono sì e no 3.500 e… magari meno. Pur tuttavia auspichiamo di essere smentiti. Anche per poter mantenere l’idioma e poter compiere una parlata tipicamente indigena che, di questi tempi, sta scomparendo. Lo ammetto, mi piange il cuore a non avere un dialogo di Dialetto, strettamente Bustocco. M’è venuto in mente un ricordo… ancestrale. Quando mia mamma veniva a scuola (elementari) e chiedeva alla maestra “mal’và ùl mè fiò a scòea” si sentiva dire: “vede signora Pierina, il suo Gianluigi non parla l’italiano, ma parla il dialetto tradotto”. Tempi andati e… mi viene un groppo in gola!

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