Natale al sole, carnevale al fuoco

Gianluigi Marcora

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I “malumori” del tempo, a volte ci colgono di sorpresa; altre sono frutto di tradizione. Il proverbio BustoccoNatàl al sù, carnevàl al foegueu” fa un po’ da termometro all’evoluzione della temperatura. La traduzione è semplice: “Natale al sole, carnevale al fuoco” col suo bel significato. Il “sole” di Natale sta ad indicare il bel tempo, con temperatura per niente rigida, compatibilmente con la stagione. Da non pretendere il caldo del mese di maggio o addirittura quella estivo di Luglio o agosto Quindi, si vuol dire che quando a Natale la temperatura non è rigida, ne consegue che a Carnevale occorre stare al calduccio, vale a dire “al fuoco”.

Quando fu inventato il proverbio non esistevano i termosifoni odierni e nemmeno certi impianti moderni di riscaldamento. Ci si scaldava al fuoco, magari dentro il camino di casa oppure il “fuoco” era soltanto quello prodotto dai “mursòn” resti delle pannocchie sgranate. Si utilizzava  pure il legno leggero delle cassette della frutta o quello di robinia raccolto nei boschi. Nella stufa “economica” si bruciava di tutto, mentre nel camino, si metteva al fuoco qualche “sciuchettu” (ceppo di albero) che faceva durare la fiamma per un certo tempo.

Non di rado, ci si riuniva intorno al fuoco e gli anziani (noi li chiamavamo vecchi, magari dai 40 anni in su) raccontavano storie e aneddoti che i ragazzi ascoltavano con stupore, con qualche domanda e con tanto, ma tanto interesse per apprendere.

Una di quelle storie fa mettere in risalto un fatto incredibilmente accaduto. Quella sera, “visèn al foeugu” (vicino al fuoco) eravamo una decina di bimbi. Lo zio “Pepèn” (Giuseppe) altrimenti detto “Brustièn” (la “brustia” è la spazzola di ferro che si usava e si usa per pulire e lisciare il pelo del cavallo e “brustièn” era il diminutivo della “brustia” e pure un nomignolo appioppato allo zio), cominciò a raccontare che “cunt’i uegi dùu elefanti sa fà a cazoeula” (con le orecchie dell’elefante si prepara il bottaggio). Tutti noi incameravamo quasi con avidità questo nuovo modo di preparare la leccornia Bustocca che si solito si prepara coi cavoli (dopo una generosa brinata) e le cotenne del maiale che accompagnavano le costine e altre diavolerie del genere).

Fatto è che (ironia del destino) proprio l’indomani, a scuola, la signorina Maria Pia Vandoni, la nostra bella maestra, si mette a spiegare l’elefante e ne fa un panegirico grandioso, lodando l’elefante e le sue grandi peculiarità. Quindi invita noi alunni della Terza C delle Elementari “Ezio Crespi” di redigere qualche pensiero sul pachiderma. E noi, ci mettiamo al lavoro “attingendo” dalla sua lodevole spiegazione.

D’improvviso, mi viene un flash e mi sembrava strano che la Maestra non avesse citato il piatto della “cucina Bustocca” e le sue peculiarità. Convinto di fare bene, metto giù il pensiero che la sera prima mi era stato illustrato dallo zio Pepèn e con gioia, concludo il componimento con un fantasmagorico “con le orecchie dell’elefante si fa la cazzola“. Dopo aver corretto i compiti a casa, la signorina Vandoni torna sull’argomento e davanti a tutta la classe dice “ma Gianluigi, dove hai appreso questa notizia? io l’ho cercata sui libri in Bustocco, ma non ho trovato questa versione sul bottaggio“. Da parte mia, con sicurezza estrema e con enorme sicumera, faccio presente che “me l’ha detto il mio zio Pepèn” e da lì in poi, tutta la classe s’è messa a ridere a crepapelle, con tanto di presa per il …i fondelli che contenevano pure le risate della maestra.

Per dire che? Che una volta, quando un padre o un nonno o….uno zio anziano dicevano qualcosa, per noi “sbarbatelli” era vangelo e nessuno (maestra compresa) doveva mettere in dubbio il “verbo” dello zio Pepèn. Fatto è che la maestra non ha voluto sentire ragioni. Mi ha segnato in blu l’intera frase e mi ha pure appioppato uno sgradevole 4 a onta del mio apprendere quella storia un po’ bislacca.

Ho capito dopo, cogli anni, che con le orecchie dell’elefante NON si cucina la cazeula e che lo zio Pepèn si era inventato di sana pianta, la “ricetta“. Sarà un caso, ma da buon Bustocco (nativo e lavativo) non mangio la cazeula, pensando alle orecchie dell’elefante che (magari) avrebbero potuto finire lì dentro.

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