Natale a due passi…

Fiocchi di neve nel gelo. Natale a due passi da casa. Vociare di bimbi. Prati coperti di brina. Occhi attenti al coro delle campane. Speranze nel cuore. L'orto è brullo e gli abeti sono stanchi. Pesa la neve...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Fiocchi di neve nel gelo. Natale a due passi da casa. Vociare di bimbi. Prati coperti di brina. Occhi attenti al coro delle campane. Speranze nel cuore. L’orto è brullo e gli abeti sono stanchi. Pesa la neve. Ce n’è in abbondanza. Si rincorrono i bimbi. Festosi a dismisura. C’è nell’aria il suono delle cornamuse che spaziano a valle. I contadini ascoltano il muggito degli armenti. Sanno dosare il suono. La stalla ha un calore che supera il freddo. La scorta del fieno si assottiglia. Lo sanno anche i buoi, lo temono i cavalli, la speranza si ferma lì. Nel cortile, le mamme lavorano fra il bucato da stendere e i figli da accudire. E’ un frastuono di voci, mai dome, di fronte all’incombenza del giorno che viene. M’è venuto così, un ricordo d’un vecchio Natale, quando il sole d’inverno era sbiadito e umile, come le stelle andate a sognare altrove. Il maglione addosso, quasi non serviva, tanto era forte l’impeto d’un gioco in compagnia. I cachi, sull’albero facevano da richiamo alla fame dei ragazzi. Una specie di gara consigliava di tagliare a metà il frutto, per scoprire dentro le ghiande il segno dello scrigno: forchetta, cucchiaio o un semplice coltello? Già, allora dentro il caco c’era una posata. La natura fa pure di questi giochi. Ora non so; nei cachi “moderni” forse non si usano più.

Il fermento di grandi e piccoli era tutto proiettato nel Natale che arriva. Papà, indaffarato a predisporre il presepe, con tanto di muschio raccolto nel bosco. Ogni anno, una statuina nuova, al prezzo di un bicchier di vino non bevuto, “immolato” alla tradizione. Tutto, in attesa della “notte Sacra” quando dagli scatoloni ben conservati papà estraeva il suo “bottino”. Poi, sopra la madia, ecco apparire lo scenario di carta stellata sullo sfondo e pastori e pecorelle sparsi nel mucchio. Gesù Bambino dentro la mangiatoria si sorbiva il calore di asinello e bue sotto la protezione di mamma Madonna e papà San Giuseppe.

Quanta attesa! Lo zio Giannino pensava agli animali: il coniglio aveva raggiunto un certo peso, la gallina da “immolare” godeva di cure particolari, il cappone prometteva bene, quindi si arrivava all’oca. Ho in mente un ricordo che alla visione di un’oca o addirittura d’un cigno, mi fa pensare a un Natale ancestrale, quando portavo i pantaloni corti (anche d’inverno) e scorrazzavo cogli amici a giocare nel cortile.

Lo zio predispone uno “sciocchetto” cioè la parte finale del tronco, poi prende una falce acuminata che non mi offre troppa fiducia. Lo osservo, lo zio e che fa? prende l’oca per il becco, proibendole di starnazzare e la attira verso quella base di legno. Quindi, le distende il collo e con un colpo secco di falce, glielo stacca. La “mannaia” compie il proprio dovere ed io con sguardo spettrale assisto alla scena. Il “bello” è ciò che succede poi; in quell’attimo successivo all’esecuzione sommaria. Il resto dell’oca scappa via e incombe nella mia direzione. Faccio in tempo a scappare  e sotto lo scrosciare delle risate di amici e parenti che assistevano al “delitto” l’oca dopo “cruenti” passi si accascia e resta immobile.

Mi spiegheranno poi che per “forza di inerzia” quando i nervi dell’animale si tendono, possono sembrare “trucchi di natura” ….l’oca era morta con lo stacco del collo, ma il resto del corpo sprigionava l’ultima energia contenuta.

Non ho mai mangiato un’oca e nemmeno ci penso a farlo per il futuro. Per polli e conigli avevo un debole ripensamento, visto che ne avevo visto la loro “povera” fine. So che per il gallo, gli tenevano i bargigli, poi con un fendente (forbici o coltello) gli si trapassava il gozzo. Il coniglio aveva una fine più…. immediata. Lo zio lo accarezzava dolcemente. Il coniglio si acquetava ignorando il resto, poi gli si prendeva le zampe posteriori  e gli si lasciava la testa penzoloni. In quel momento, una “tranvata” (colpo secco col pugno) tra orecchie e collo e la povera bestia passava a miglior vita. Quando lo vedevo arrosto dentro il piatto, prima di “accanirmi” su di lui per mangiarne le carni, non potevo esimermi dal pensarlo vivo tra le “pinze” delle mani dello zio. Poi, la fame, il profumino che esalava al cielo, la comprensione facevano il resto.

Assaporavo quella leccornia, buttando via i cattivi pensieri. E il presepe? E’ presto per parlarne, ma quei “tocchi d’infanzia” sono indelebili nella mia mente e nel cuore, pensando ai fiocchi di neve nel gelo.

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