Sognare (e un po’ fantasticare) non guasta
Natale pieno di speranze

Natale pieno di speranze. Non averne è deleterio. Fa rivivere un Natale antico, molto differente dal Natale consumistico odierno...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Natale pieno di speranze. Non averne è deleterio. Sognare (e un po’ fantasticare) non guasta. Fa rivivere un Natale antico, molto differente dal Natale consumistico odierno. Fatto è che il Natale di una volta durava di più del Natale attuale. Non ci credete?  Provate a leggere!

Si cominciava coi sogni. Avanzavi qualche richiesta di un gioco che avevi visto in vetrina o che aveva il tuo compagno di banco a scuola. Magari un gioco che ti avevano raccontato e ti dicevano di chiederlo a Gesù Bambino. Sì, il Babbo Natale (allora) non esisteva. E nemmeno ti chiedevi come potesse fare Gesù Bambino ad arrivare in tutte le case dei bimbi in una sola notte. Magari ce l’avrebbe fatta Babbo Natale; lui che ha una slitta trainata da renne, carica all’inverosimile lungo le praterie del cielo.

Gesù Bambino – poi – era dentro una mangiatoia con a lato la Mamma e il Papà, con dietro a lieve distanza, il bue e l’asinello e nemmeno ti ponevi l’idea di come “quel Bambino” potesse alzarsi da lì e girovagare quasi nudo per ogni angolo del mondo. Inoltre – diciamolo – non è che ti avevano avvertito che Gesù Bambino era Dio in persona e il Natale era per noi ragazzi una festa che ti portava “qualcosa” di nuovo che durante l’anno avevi mai avuto e nemmeno ipotizzare di avere.

Dopo Santa Lucia (13 dicembre) cominciava il Natale. Sapessi quanto ci si infervorava nel far sapere agli altri cosa ti eri immaginato di avere. Era (magari) un cavallo a dondolo, un cinturone con dentro la fondina una colt per somigliare a un cow boy o magari il gioco dell’oca o il monopoli, poi frutta secca e mandarini, magari arance e sicuramente una scatola di datteri.

Papà cominciava a predisporre il Presepe. Per lui, prepararlo era un rito, la Festa, il raccoglimento della famiglia. La mia casa di ringhiera aveva un locale diviso in due parti non uguali, con la cucina che ospitava un tavolo con quattro sedie, il lavandino, la stufa, il camino e il buffet. Sopra il buffet papà ci piazzava una lastra di legno compensato, poi un letto di muschio raccolto nel bosco; quindi la capanna e le statuine. La sua meticolosa cura era quella di predisporre le pecorelle vicino ai pastori e ciascun pastore doveva “dialogare” col suo vicino e nel viottolo che conduceva alla capanna, le pie donne a recitare il rosario.

Avvertivi dalle statuine la musica di una cornamusa o lo strimpellare di altri strumenti come corni, clarinetti, zampogne e oboe. Li immaginavi quei suoni, dalla postura di ciascuna statua, infine (colpo di genio di papà) un manto di stelle. Certo, le stelle: sopra il presepe, un catafalco che sosteneva la carta dei doni standard sopra cui c’erano stampate le stelle. Le ammiravo a occhi aperti e penso d’aver imparato lì a come guardare e fissare il cielo. Di solito era d’un blu onda di mare e le stelle tutte uguali, tutte gialle, tutte simmetriche e lontane dalla terra, tutte alla stessa distanza.

Quant’era felice, papà a mostrarmi la sua opera d’arte. Ogni anno, una statuina in più “rubata” a un bicchier di vino in meno, poi a mamma e allo zio Giannino, papà spiegava in modo “tecnico” come era arrivato a mettere nel Presepe le campane, l’acqua nel pozzo, i rivoli di un fiume immaginario utilizzato dalle pecore per un beveraggio ipotetico. Si univano tutti e tre nello stesso sorriso di autentico compiacimento.

Eccolo il Natale e ….non era ancora finito. Intanto se ne parlava in giro e i miei compagni di scuola e di gioco venivano quasi in processione a vedere il Presepe “del Gigi” ed io ero felice. Vedevo papà felice e orgoglioso che tanti ragazzi tributavano al “Presepe del Gigi” la palma del migliore.

A Natale vero e proprio scoprivi cosa aveva “portato Gesù Bambino” e al cinturone o al cavallo a dondolo, scoprivi che c’era anche il Monopoli e (stupore) pure un cesto enorme con dentro le arance, i datteri e un grappolone di uva bianca e una montagna di frutta secca. La mamma era già ai fornelli a preparare il lesso e il risotto con dentro i “minuzzi” (dirò poi, in altro articolo, cosa sono) Lo zio Giannino cucinava la “rustisciòa” che in tanti hanno tradotto in “rustisciana” ma che in sostanza era composta da salsiccia, lombo, pezzi di carne varia, da consumarsi a colazione al posto del solito caffèlatte. Ne parleremo poi del Natale di allora. So che prima di sederci a tavola si diceva tutti insieme una preghiera davanti al Bambino Gesù e lo vedevo sorridente, dopo aver pensato alle “fatiche” che aveva sopportato per un’intera notte. E gli sorridevo, ringraziandolo per aver fatto tappa anche a casa mia. Lo so: mamma mi faceva notare che gli aveva preparato il latte coi biscotti e io potevo constatarlo osservando le gocce di latte sparse sul tavolo e le briciole che erano finite fuori la scodella. Quante speranze ho – ora – per il mio Natale!

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