Intervista a Ernesto Bottone, ad di Primetals e alla sua “squadra giovane”
“Non basta solo il conto economico, ci vuole il conto capitale umano”

Investire nel “capitale umano” e valorizzare i giovani è una duplice mission aziendale che è facile affermare e che è molto più difficile realizzare.
Soprattutto in questa fase congiunturale così complessa e caratterizzata da un diffuso rallentamento economico, sia interno che internazionale...

Luciano Landoni

Marnate

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Investire nel “capitale umano” e valorizzare i giovani è una duplice mission aziendale che è facile affermare e che è molto più difficile realizzare. Soprattutto in questa fase congiunturale così complessa e caratterizzata da un diffuso rallentamento economico, sia interno che internazionale. Eppure c’è chi non solo lo fa, ma ritiene doveroso ed entusiasmante farlo un giorno sì e l’altro pure. E’ il caso di Ernesto Bottone, 60 anni, da quattro mesi amministratore delegato  di Primetals Technologies Italy Srl, una società del gruppo Primetals Technologies Limited.

Primetals è una joint-venture tra Mitsubishi Heavy Industries (MHI) e Siemens, la sede operativa si trova a Marnate dove lavorano 144 persone, e rappresenta un centro di competenza nel campo della laminazione per i prodotti lunghi dell’industria siderurgica. Ernesto Bottone accetta di rilasciarci l’intervista che riportiamo di seguito ad una condizione ben precisa: ascoltare subito dopo il parere della “squadra di giovani” – la definisce così – di cui si è circondato e che aumenterà ulteriormente nel prossimo futuro.

“Il pensiero giovane – afferma – è un pensiero dinamico, anzi effervescente, che tutti noi anziani abbiamo il dovere di ascoltare per evitare di rimanere prigionieri del nostro vissuto quotidiano che, molto spesso, può trasformarsi in prosopopea”.

Accettiamo volentieri la condizione postaci dall’ad di Primetals e partiamo dal prologo per arrivare poi al pezzo forte: il confronto con una parte della “squadra di giovani”.

Stiamo attraversando una fase socio-economica particolarmente turbolenta e densa di incognite (sia a livello nazionale che internazionale), qual è la “ricetta” giusta per affrontarla, gestirla e non esserne travolti?

“L’unica cosa certa del momento è l’incertezza. Il mondo è cambiato e continua a cambiare. Velocissimamente! Le soluzioni risiedono nelle cose semplici. Dobbiamo osservare il mondo intorno a noi, le persone, capirne i bisogni, le necessità e cogliere le opportunità per poi decidere cosa è meglio fare e non fare. Con tanta umiltà. ‘Io so di non sapere’, diceva Socrate. Aveva ragione da vendere! Inutile immaginare grandi strategie e poi non realizzarle. Ricordiamoci che, nel mondo attuale, arrivare prima costituisce un eccezionale vantaggio competitivo, possibile solo in periodi di cambiamento come sono i nostri. Ci sarà chi cavalcherà il cambiamento e chi ne subirà gli effetti negativi”.

Il futuro, dal suo punto di vista di manager e di cittadino italiano, rappresenta una sfida intrigante e motivante oppure semplicemente un gigantesco punto di domanda?

“E’ una grande sfida! Quindi, una grande opportunità! Il nostro futuro abbiamo la possibilità di sceglierlo nel meglio del nostro passato. Guardarsi indietro e vederlo. Sembra un paradosso, me ne rendo conto. Meglio, allora, preoccuparci o occuparci del nostro futuro? Mi rendo conto che per i giovani la sfida è più difficile, proprio a causa della complessità di questo mondo. Con tanta, solo tanta passione si può superare questa complessità. Avendo il coraggio di pensare diversamente per affrontare questo costante cambiamento tecnologico. C’è un detto cinese che recita: quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi alza i muri e chi i mulini a vento. Sfruttiamo il vento! Puntiamo sulla formazione! Servono nuove competenze per far funzionare le nuove macchine digitalizzate. Uno dei problemi è che, oggi, le scuole non sono ancora pronte per soddisfare la domanda di nuove competenze”.

Si dice spesso (forse, un po’ troppo spesso) che il vero “capitale” delle imprese sia il “capitale umano”. Cosa avete fatto e cosa state facendo per andare oltre lo slogan?

“Ho imparato che il conto economico dell’azienda non si deve mai leggere da solo, come semplice rappresentazione di cifre e valori. Se si parla solo di bilanci, si perde l’anima. Bisogna leggerlo in rapporto con il ‘conto capitale umano’. Attenzione per il cliente e attenzione verso le risorse umane vengono prima di ogni altra cosa in azienda. Altro che semplici slogan, stiamo facendo molto: i giovani sono meglio degli anziani la cui rispettabile esperienza sconfina spesso nella prosopopea. E’ dovere di noi anziani trasmettere il ‘sogno’, senza mai dire: ‘eravamo più bravi di voi’. Fra un po’ lei avrà la possibilità di conoscere alcuni dei nostri ‘sognatori’: i nostri ragazzi”.

Il fascino del cosiddetto “posto fisso” continua ad essere grande (anche fra parecchi giovani), pensa sia un (pericoloso)miraggio o una legittima aspirazione?

“E’ una legittima aspirazione il posto di lavoro. Il fatto che sia ‘fisso’ lo considero un ‘pericoloso miraggio’ perché in questo nuovo mondo la mobilità è essenziale e fa parte di quel bagaglio culturale e di competenze che oggi è indispensabile per abbracciare la rivoluzione in atto. Le aziende, oggi, hanno bisogno di un incrocio di esperienze/competenze che contengano, oltre al bagaglio tecnico, dimestichezza con le regole della finanza, della contrattualistica, della negoziazione”.

Viviamo in una società che è stata definita “liquida” e “ibrida” (a cavallo tra il digitale e l’analogico), come è possibile adattarsi/attrezzarsi per cercare di esserne protagonisti e non vittime?

“Direi che viviamo in una società ‘aeriforme’, più che ‘liquida’, perché come sappiamo i gas non hanno né volume, né forma propria, ma si espandono fino a occupare tutto lo spazio disponibile. E’ quanto sta succedendo con i fenomeni relativi alle migrazioni di massa, alla rivoluzione industriale 4.0, all’Internet delle cose, eccetera. Dobbiamo cavalcare questa gigantesca onda e non temerla. Ci vuole tanta formazione e altrettanto corretta informazione. Occorre soprattutto ‘fare squadra’. Sempre! Nessuno basta a se stesso. Ogni premio o riconoscimento individuale non ha senso se non è il frutto di una condivisione. Il nostro non può che essere un gioco di squadra”.

Qual è il significato, oggi, dell’espressione “essere padroni in casa nostra”, ammesso e non concesso che ci sia un significato?

“In una società aeriforme come facciamo a dire ‘essere padroni a casa nostra’? Qual è la nostra ‘casa’? Il nostro Paese, l’Europa, il mondo? Penso che nessuna sia veramente padrone in casa sua. Anche perché è molto difficile definire ‘casa sua’. Chi è padrone in ‘casa sua’ è libero. Noi non lo siamo. Noi non siamo liberi di scegliere. Fattori esterni, in primis il governo, pubblicità, trend, mode, ci condizionano. Noi non abbiamo la libertà che pensiamo di avere”.

La manifattura italiana è la 2° in Europa: cosa si deve (dovrebbe) fare per mantenere o addirittura migliorare la classifica?

L’Italia deve fare sistema! E ‘sistema’ vuol dire una compagnia aerea nazionale che ti porta ovunque in rappresentanza del Paese; vuol dire creare infrastrutture per attrarre gli investimenti stranieri; vuol dire supporto alle imprese che innovano e che puntano sui giovani. Tutto questo seriamente e non tramite semplici proclami. Occorre investire in formazione. Dobbiamo andare oltre le belle parole, a cominciare da noi stessi. Invece, siamo come una vecchia moto: in certi momenti andiamo al massimo, in altri le candele sono sporche e il motore si ingolfa e sputacchia fumo …”.

 

A CONFRONTO CON LA “SQUADRA GIOVANE” (UNA PARTE) DI PRIMETALS

Davanti a noi una parte della “squadra giovane” (età media inferiore ai 30 anni) di Primetals: una quindicina di ragazzi e ragazze con tanto entusiasmo, e altrettanta consapevolezza che impegno, passione e competenza sono fattori strategici, anzi, di più per affrontare la competizione globalizzata.

Qual è il vostro “valore aggiunto”? Si dice che sbagliando si impara, è proprio così qui dentro?

 Matteo Calini, in azienda da un anno e mezzo: “Sono nel settore service e engineering. Sono un ingegnere del Politecnico. Mi muovo con tanta libertà e sono sempre supportato dai miei ‘capi’ con cui collaboro tutti i giorni. Il mio valore aggiunto è rappresentato dalle mie idee”.

Jacopo Boriani, in azienda da febbraio di quest’anno: “Sono progettista meccanico. Mi sono laureato al Politecnico nel dicembre del 2017. Lavoro in un team che è molto unito. Mi sento parte di una squadra e sono motivato. Ogni giorno ci sono novità, stimoli. Bisogna sempre essere … sul pezzo!”.

Ivan Greco, in azienda da 12 anni: “Sono diplomato in informatica e lavoro nell’ufficio IT. Mi vengono richieste idee e propensione all’innovazione. Cerco sempre di proporre ‘qualcosa in più’. Dall’impegno nasce il piacere per il proprio lavoro”.

Marta Salvadé, in azienda da 8 anni: “La mia è una formazione umanistica. Mi sono laureata in Lingue alla Statale di Milano. Credo che il mio valore aggiunto sia la mia prospettiva … diversa rispetto alla vita aziendale. La mia sfida è stata ed è quella di mettermi in gioco costantemente per padroneggiare al meglio gli aspetti tecnici del lavoro che sono predominanti. Mi entusiasma il lavoro di squadra: una caratteristica che si era un po’ persa e che ora si sta recuperando in pieno”.

Mauro Cassini, in azienda da 8 mesi: “Mi sono laureato in Economia alla Bocconi. Sono un commercial project manager. Un ruolo che mi è stato assegnato e che mi sono dovuto ‘inventare’, non essendomi mai occupato di niente del genere in passato. Rapportarmi con i clienti mi gratifica. Mi sento parte di una squadra affiatata e percepisco che le mie idee sono importanti!”.

Marta Miotti, in azienda da 8 mesi: “Sono laureata in Biologia, provengo dall’Università dell’Insubria di Varese. Il mio campo di lavoro è l’ambiente e la sicurezza. Paura di sbagliare? No, ho una ‘guida’ al mio fianco che mi aiuta ogni giorno a imparare. Il contesto aziendale è realmente stimolante e ti aiuta a dare il massimo”.

Antonio De Giorgio, da 12 anni in azienda: “Sono un geometra e lavoro nell’ufficio civile. La mia è stata ed è una continua crescita esperienziale. La sfida più grossa è senza dubbio interfacciarmi con gli altri, soprattutto con persone più esperte di me. L’ambiente è formativo e amichevole nello stesso tempo. So di poter sbagliare e questo mi aiuta a  … sbagliare di meno”.

Anna Maria Mirra, da 3 anni in azienda: “Sono avvocato. Godo di una grande autonomia. Mi sono sempre sentita aiutata nel ‘capire’ il business dell’impresa. C’è un clima di grande fiducia e la possibilità di sbagliare non viene vissuta con paura. Il valore aggiunto cerco di garantirlo ogni giorno favorendo le sinergie”.

Giulia Russo, in azienda da due mesi e mezzo: “Mi sono laureata in Organizzazione delle risorse umane. Qui ho cominciato con uno stage nell’ufficio Risorse umane. Ci sono tanti progetti rivolti a noi giovani e personalmente mi sento molto motivata”.

Omar Costa, in azienda da 9 anni: “ Sono un perito termo-tecnico e mi occupo di logistica. Sono felice di essere qui perché imparo qualcosa di nuovo tutti i giorni e il contesto aziendale mi ha aiutato e mi aiuta a crescere professionalmente e non solo”.

Niccolò Cobianchi, in azienda dal marzo di quest’anno: “Sono un project manager e ci tengo a dire che ho trovato un ambiente lavorativo molto stimolante. Mi sento veramente libero e questo mi fa sentire conscio pienamente delle mie responsabilità. Il lavoro di squadra è la base di tutto. Il mio valore aggiunto è il mio apporto sincero ed entusiasta al team nel suo insieme”.

Alfonso Campos, in azienda da 12 anni: “Sono ingegnere elettronico e mi occupo di software per l’automazione. Il 20% del mio lavoro mi soddisfa pienamente. Il mio obiettivo è raggiungere la piena soddisfazione nel restante 80!”.

Gibson Timoteo Da Silva, in azienda da un anno: “Sono un collega di Alfonso. Anch’io mi occupo di automazione. Per me è la prima volta in una multinazionale. Ti senti sotto pressione, però tutto è molto stimolante. La libertà creativa di cui godiamo è grande. Per sviluppare il software è una condizione indispensabile. Non mi sento mai solo perché mi sento parte reale di una squadra globale”.

Matteo Magni, in azienda da 5 anni: “Lavoro nell’area service. All’inizio ero un po’ scettico, poi ho capito, anzi, mi hanno fatto capire che se lo sai fare lo puoi senz’altro fare. Il messaggio che l’azienda mi trasmette è chiaro e motivante: ci fidiamo di te, tu fai! C’è tanta autonomia e non c’è la paura di sbagliare”.

Giacomo Barbarotta, in azienda da tre mesi: “Sono un perito industriale e mi occupo di progettazione elettrica. Mi sono subito sentito parte di una squadra e questo per me è stato ed è molto importante. Qui dentro c’è un’alchimia particolare che ti aiuta a dare il meglio di te stesso”.

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