“Fuori dai denti”
Non sono le leggi a mancare ma la sostanza delle persone

Per questa pubblicazione, il mio articolo per 'Fuori dai denti' è uscito in ritardo. Non per caso o per cattiva volontà. Mentre lo stavo scrivendo, ho ricevuto un’altra segnalazione riguardante l'operato del Tribunale di Busto Arsizio. Allora, come sempre faccio, non considerando determinati incontri casuali, preferisco approfondire prima di scrivere...

Michela Diani

Busto Arsizio

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Per questa pubblicazione, il mio articolo per ‘Fuori dai denti’ è uscito in ritardo. Non per caso o per cattiva volontà. Mentre lo stavo scrivendo, ho ricevuto un’altra segnalazione riguardante l’operato del Tribunale di Busto Arsizio. Allora, come sempre faccio, non considerando determinati incontri casuali, preferisco approfondire prima di scrivere. Vale a dire che, se si prende sul serio un certo di tipo di campagna – in questo caso quello della violenza contro le donne – si percorre questa strada ben sapendo che a ogni passo, emerge altro sommerso che stimola via via ulteriori riflessioni. Ciò accade perché, fino a che le persone che subiscono i soprusi da parte delle istituzioni,  ( tribunale e servizi sociali) sono sole ed isolate, l’istituzione può giocare la carta della paura, circa la sottrazione dei figli e la carta della follia o di un ‘esaurimento nervoso’.

Quando invece, più persone cominciano ad incontrarsi ma soprattutto ad informarsi seriamente, non è più possibile prenderle in giro. Se una istituzione chiamata a proteggere i più deboli, si pone dalla parte dei  prepotenti, obbligando così le vittime a difendersi da sole, non si può poi lamentare se l’effetto è quello di scatenare una rivoluzione. Questo fenomeno della violenza contro le donne, che ha nel femminicidio la sua manifestazione più cruenta, poggia le sue radici su una cultura di stampo profondamente patriarcale che considera la donna come un oggetto e la cui libertà rappresenta un problema. È lo stesso Giudice Roia, del Tribunale di Milano che da anni si occupa di questa piaga – in tempi non ancora sospetti, cioè quando non esisteva neppure come esiste oggi, tutto il patrimonio informativo dell’antiviolenza – che sottolinea che il genere maschile risulta ad oggi inadeguato nella ricezione di quelle che sono le richieste della libertà della donna ( https://youtu.be/UI31K0FtWGA, Crimini contro le donne).

Di conseguenza, la libertà che è un diritto, a una mentalità ancora intrisa di patriarcato, risulta una pretesa. Vi è quindi nel fenomeno della violenza la necessità di prendere in esame il modo in cui le donne vengono trattate da secoli e in conseguenza anche nella nostra generazione. Togliamoci o meglio toglietevi – perché io me lo sono tolta da un pezzo questo stereotipo o pregiudizio mentale – dalla testa che quando si parla di violenza ci si trova in condizioni di disagio economico o sociale e pertanto in corrispondenza di classi sociali deboli.

Al contrario il fenomeno della violenza, poiché ha profondamente a che vedere col potere (che ne è l’origine) è molto spesso legato a persone che rivestono ruoli importanti nella società, figure di potere, professionisti e laureati, manager con un potere economico che si tramuta in arma. E anzi, se vi è un motivo per cui attorno a questo problema si annida tanta omertà anche da parte delle istituzioni è perché gli uomini maltrattanti sono talvolta medici, avvocati, dirigenti, politici, membri delle forze dell’ordine, colletti bianchi, insomma non certo i secondi socialmente parlando. Un giorno mi trovavo in biblioteca e dovevo fare delle fotocopie. Davanti a me una coppia tra i 60 e i 65 anni. Un uomo che non sapeva fare le fotocopie ma che pretendeva che la moglie gliele facesse trattandola più o meno come una pezza da piedi. Non era quell’atteggiamento burbero o che so, infastidito per una specie di litigio coniugale sulle fotocopie, ma una vera e propria denigrazione dell’uomo sulla donna, fatto di epiteti poco felici, sguardi di sufficienza e una prepotenza infinita a cui la signora rispondeva con il capo chino, perché probabilmente ci era abituata. Quell’episodio mi fece riflettere, perché i retaggi di questa violenza psicologica ce li stiamo portando tra un generazione e l’altra come fosse cosa normale. Con una differenza che, in luogo che migliorare la posizione della donna rispetto alle generazioni antecedenti, in realtà la pone in una condizione di maggiore debolezza seppur se apparentemente le donne sembrano essere maggiormente tutelate.

Nelle generazioni antecedenti, infatti, era considerato normale che la cura dei figli fosse roba da donne e che procurare la pagnotta fosse invece responsabilità maschile. Oggi invece, pur continuando a delegare la maggior parte dei carichi di cura e di famiglia sulle donne come sostiene una ricerca svolta da Save the Children https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2018/06/23/equilibriste/) è necessario che in una famiglia si lavori entrambi con un atteggiamento tuttavia molto differente tra il contributo maschile e quello femminile, sia per riconoscimenti e stipendi, sia per attenzione alle tappe di vita della donna, e soprattutto per una totale assenza di riconoscimento – in una società che solo ipocritamente inneggia alla famiglia- del valore del lavoro non retribuito della crescita dei figli e dell’assunzione dei carichi familiari. Affermando queste verità che nei tribunali viviamo ogni giorno, quale tipo di rispetto ci aspettiamo da chi giudica le persone con il metro o del valore economico o degli occhiali di CTU incapaci di leggere le dinamiche di relazione?

Il problema è che sono le stesse donne ad avere spesso lo stesso modo di vedere le cose degli uomini e a giudicare colpevoli le loro colleghe di genere in virtù di un immaturo maternage professionale che in luogo di evitare vittimizzazioni dei bulli adulti, spronandoli all’assunzione delle loro colpe e responsabilità, li difendono lasciando sola la vittima che deve così maturare una resistenza e una resilienza ingiusta e soprattutto ingiustificata perché fondata sull’ignoranza di sistema. Poveri questi uomini che esercitano violenza sulle loro ex compagne attraverso il continuo abuso del diritto e attraverso l’uso dei figli come arma…cattivone queste mamme aggressive e che non chinano il capo, che si difendono e difendono i propri figli dall’ipocrisia e dalle menzogne e dalle mafie di palazzo! Più passa il tempo e più acquisisco una consapevolezza: non sono le leggi che mancano, è la sostanza degli operatori che latita. Operatori preparati e intelligenti tutelano i genitori sani. Operatori che mancano di intelligenza tutelano bulli e prepotenti. Da oggi in poi questa rubrica sarà e si presta ad essere uno sportello per ricevere segnalazioni circa gli operatori del tribunale di Busto Arsizio e dei servizi sociali del Comune, al fine di collaborare alla costruzione di una società civile e non incivile.

 

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