Chi non ha memoria, non ha storia

Quel viso sereno, solcato di rughe che m'accoglie gioioso come un abbraccio, non lo dimenticherò mai. Sì, di chi parlo, già l'avete scoperto. È il Giuseppino. Diventato "mitico" per i nostri dialoghi. Non gli dico di una Lettrice  che ha osato commentare "i tempi passati servono a nulla". Giuseppino se ne rammaricherebbe. Ed io pure, con lui

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Quel viso sereno, solcato di rughe che m’accoglie gioioso come un abbraccio, non lo dimenticherò mai. Sì, di chi parlo, già l’avete scoperto. È il Giuseppino. Diventato “mitico” per i nostri dialoghi. Improntati tutti alla sua saggezza e alla mia voglia smisurata di sapere, conoscere. Non gli dico di una Lettrice  che ha osato commentare “i tempi passati servono a nulla“. Giuseppino se ne rammaricherebbe. Ed io pure, con lui. Entrambi difendiamo quel detto “chi non ha memoria, non ha storia“, ma pure quell’altro detto “senza l’esperienza del passato, il futuro sarebbe (e di molto), precario“.

Giuseppino attacca subito “t’è egni vegiu anca ti, eh” e lo dice con soddisfazione. Non tanto per far contare i suoi anni, ma per manifestare la sua contentezza nel vedermi… invecchiare. “S’à in?” finge di contarli “setantacuatar?” (cosa sono? settantaquattro?) e mi offre una carezza con quella sua mano nodosa con le vene che affiorano sotto pelle, che è un piacere. “Mò, Giusepèn a beam insema” (adesso, Giuseppino beviamo insieme) e gli porgo, come si usava un tempo, una bottiglia di grappa alla calendula che arriva dal Trentino.

Proprio così: un tempo era il festeggiato a offrire da bere al vicinato. “S’andèa in giru cunt’a buteglia,  ul biceu, à bazziglia e in ogni cò, s’à bèea” (Si andava il giro con la bottiglia, il bicchiere e il vassoio e in ogni abitazione si brindava). Giuseppino apprezza quel gesto antico che oggi non si usa più. Era un modo semplice per far visita al vicinato, per condividere un giorno importante (per me il 26 giugno) e per “far sapere” che un altro anno è passato.

Come si fa a non bere (anche se non è ancora mezzodì) un goccio di “calendula” col Giuseppino? “A lassàl vòi” e anche da questa espressione, si respira un vezzo antico. Che non è la traduzione letteraria completa, ma fa capire il nesso del discorso. Nel brindisi si diceva “a lasciarlo vuoto” che ovviamente si riferiva a ciascun bicchiere… lasciar vuoto il bicchiere è sinonimo di… bevuta.

Schermaglia col Giuseppino, sul raccolto, la semina futura, il tempo e quanto concerne l’attimo di una bella chiacchierata. Poi, immancabile, Giuseppino snocciola un proverbio che non si può tacere, anche se ….non è proprio così fine da evidenziare. “temp’e cù, al fà mal voi lù“. Nella parlata sono pure plausibili errori grammaticali. “Scriàl non“, ma è come dire “scrivilo pure”, un ossimoro bello e buono, diciamolo. Dunque, la traduzione del proverbio Bustocco sopra indicato è “tempo e sedere fa come vuole lui“. Si dovrebbe correttamente scrivere “fanno come vogliono loro“: i soggetti sono due, quindi è d’uopo il plurale. Però….c’è un però. Se dicessimo “temp’e cù i fai mi vòan lui” non è musicale e perentorio, come quel “temp’e cù al fà mal voi lu“. Inoltre, nella realtà contadina, verbi e complementi oggetto non è che ubbidivano sempre alla analisi grammaticale.

Giuseppino raccoglie dal giardino la sua preziosa insalata, taglia qualche rametto di ribes, i mirtilli, le zucchine e depone il tutto in una cassettina e me la pone ….con tanto amore. Chiaro che apprezzo il gesto. Poi, Giuseppino prende un vasetto con dentro la salsa e un altro vasetto con dentro la marmellata. Tiene a dire che “ù utò a me Maria a fò a salza e a marmelòa e chesta l’e par ti“. Lo abbraccio, Giuseppino. Mi commuove il suo zelo. Mi fa capire che è contento. Che in un rapporto di bene, tutti offrono e tutti ricevono. E salta fuori un altro proverbio “s’è tuci ì dàn, tuci i ciapan“, appunto, se tutti donassero, tutti riceverebbero e la “passeggiata” fra l’orto e la ….natura è “condita” dal trillo festoso di un usignolo, inconfondibile che offre musica al cuore, col quel suono carezzevole che fa fibrillare le emozioni e dona al colloquio quel tocco di classe genuino che cesella l’amicizia, ma soprattutto il rispetto di entrambi. Giuseppino accompagna le parole con gesti semplici e sotto quell’immancabile cappello che protegge la testa canuta, gli vedo i suoi occhi scintillanti che somigliano ai fari del porto che accompagnano la nave al suo attracco.

Al so che l’è ùa d’andò, Luigi. Stà ben, tegnàs’in gamba e grazia pàa calendula!” (so che è ora di andare -di salutarci- Luigi -a volte Giuseppino dice il mio nome per intero, Gianluigi, oppure utilizza il confidenziale Gigi ….stavolta Giuseppino ha “risparmiato” sul nome: Luigi. Tieniti in buona salute e grazie per la grappa-calendula. Lo abbraccio prima di andarmene e gli ricordo l’affetto dei Lettori che hanno imparato a conoscerlo, attraverso le mie note. “Ma racumandu dighi non chi sontu. I rasòn n’a sta chi in curti” (mi raccomando, non svelare chi sono. Le ragioni (nostri colloqui) devono rimanere in cortile, cioè casa sua). Il commiato contiene sempre tanta tenerezza.

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