Busto e Legnanesi
Chi non ha tradizioni non ha storia

Ne parliamo per dire che da Musazzi a Provasio si continua la Tradizione dei cortili, con identico credo: "Chi non ha Tradizioni non ha Storia" e noi, Tradizioni da cortile e Storia, ne abbiamo!...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Ho preso a prestito una frase del grande Felice Musazzi (la Teresa dei Legnanesi che oggi prosegue con Antonio Provasio), per parlare di autisti; coloro che si mettono al volante senza curare le situazioni che il Codice della Strada impone. Diceva a chi guidava male “a ti bisogna dati a scilòia o ùl carr’armà” cioè “a te, occorre affidare l’aratro o il carro armato” per metterti al sicuro; ma pure per farti andare lento per le strade e non a fare scorribande come sai fare tu. In verità, nel legnanese si dice “sciloria“, mentre a Busto Arsizio, l’aratro è la “scilòia“, genere femminile, senza erre (qui si risparmia anche sul Dialetto), mentre a Legnano ci mettono la erre e si fanno confondere la “sciloria” con la cicoria che è semplicemente un’insalata.

Conobbi Felice Musazzi col “mitico” Tony Barlocco (la Mabilia, oggi impersonata mirabilmente da Enrico Dalceri) al Teatro Lux di Sacconago “antesignano” nel comprendere il valore artistico di questa compagnia dialettale del rione di Legnarello, formata da soli uomini che portavano in scena donne. Ero alle prime armi col giornalismo e Musazzi, di fronte alla richiesta d’intervista d’un bustocco non metteva limiti. Nel camerino, ancora prima dello spettacolo, mentre si truccava da Teresa, si confidava da autentico “ragazzo di Oratorio” col valore aggiunto dell’estro e del dialogo schietto che i veri artisti sanno fare.

Allora, il Giovanni era un personaggio quasi sconosciuto. Gli riservavano battute “mimiche” quasi evanescenti e gli davano la parvenza dello “stupidotto” o del cocciuto a oltranza che misurava la sua vita “col vino” e tutto il resto gli scivolava addosso. Mitica la battuta della Teresa “inventata” durante l’intervista. Il Giovanni spiegava alla Teresa che un compagno di lavoro era rimasto sotto la gru, investito e la famiglia aveva intascato “miliuni” (milioni, in lire) e la Teresa rispondeva con un interessato “eh ti?… ti dut’e sevi?” (e tu dov’eri? – in Bustocco “sèi“) per chiedere lumi e giustificare “dùa ghè da ciapà, te se mai là” (dove c’era da guadagnare, non ci sei).

Seguii per anni le vicende della “Famiglia Colombo” col Tony Barlocco a incarnare Mabilia. Sulla scena, Mabilia non era troppo esuberante, ma Barlocco le offriva quella “grazia” tutta femminile, senza alcuna volgarità… ti sembrava proprio di avere a che fare con una donna, invece di un uomo. E Musazzi, col suo fare spigliato e negligente (nel senso che non aveva peli sulla lingua) metteva a nudo le competenze del padre, della madre e dettava legge anche sulla figlia. Per carità, oggi la Mabilia è più opportunista, più furba (se vogliamo), mai doma e scanzonata che fa l’eterna “inseguitrice” del buon partito senza cadere nella retorica e nello sproloquio. Bello il suo “manzòoooo” (bue) buttato a disdoro di chi le manca di rispetto e di chi è troppo grossolano.

L’autentico personaggio “restaurato” è il Giovanni (Luigi Campisi – unico nativo di Busto Arsizio dei Legnanesi) che Provasio e Dalceri hanno valorizzato in tutto e per tutto. Grande “il Giovanni” che la Teresa ogni tanto chiamo “Jonny” quando si accentua nelle sue arrabbiature, dentro prese di posizioni allucinate. Con la mimica e i suoi “eeehhh-ohhhh” e occhiatacce, strappa gli applausi che una volta erano riservati solo alla Teresa e alla Mabilia. Nacque nell’intervista una battuta bustocca dentro la commedia legnanese: “facia da cuprisèla” che a ben guardare, a Legnano, la battuta non esiste, ma a Busto Arsizio fa parte del lessico comune. Era per dare a chi è “senza tèma” (senza pudore) una… valvola di sfogo. Si sa, a quell’epoca, esistevano i “coprisella” per mantenere protetta la sella della bicicletta e chi aveva la “facia da cuprisèla” voleva significare che aveva “la faccia da culo” cioè, senza vergogna, senza remore, senza pudore, senza un briciolo di amor proprio.

Ne parliamo per dire che da Musazzi a Provasio si continua la Tradizione dei cortili, con identico credo: “Chi non ha Tradizioni non ha Storia” e noi, Tradizioni da cortile e Storia, ne abbiamo!

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