Inaugurazione anno accademico della Liuc
“Occorre evitare la palude del si è sempre fatto così”

Mi internazionalizzo, quindi sono. Verrebbe da dire così, parafrasando Cartesio, per entrare nel merito dell’inaugurazione dell’anno accademico 2017/18 della Liuc “Università Cattaneo”. L’ateneo di Castellanza compie 26 anni

GIOGARA

Luciano Landoni

CASTELLANZA

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Mi internazionalizzo, quindi sono! Verrebbe da dire così, parafrasando Cartesio, per entrare nel merito dell’inaugurazione dell’anno accademico 2017/18 della Liuc “Università Cattaneo”.

Non a caso, infatti, l’ateneo di Castellanza, fondato 26 anni fa (esattamente il 20 novembre 1991) per volontà degli imprenditori della provincia di Varese iscritti alla locale associazione confindustriale, ha sempre avuta nel proprio dna la “vocazione internazionale”.

“Saper guardare al di fuori della propria regione e del proprio Paese diventava sempre più un’esigenza quotidiana – ha ricordato il presidente dell’Università Michele Graglia, dando il via alla cerimonia di inaugurazione nell’aula magna “Camillo Bussolati” (quasi) gremita – e l’Università Cattaneo da subito individuò nella visione internazionale della propria attività un valore assoluto da sviluppare e mettere a disposizione dei propri studenti”.

Dalle parole ai fatti: dopo oltre un quarto di secolo di attività didattica la Liuc, oggi, conta 128 accordi con Università di 4 continenti (Europa, America, Asia, Australia) per lo scambio tramite le attività Erasmus ed Exchange; 8 accordi con Atenei esteri per l’ottenimento del doppio titolo di studio (in Europa, America e Australia); 311 studenti in uscita per un periodo di studio all’estero nell’anno 2017/2018 (contro i 194 dell’anno 2014/2015); 240 studenti stranieri.

“Possiamo, con soddisfazione, affermare che poco meno di uno studente su due – ha precisato Graglia – vive un’esperienza di scambio internazionale durante il percorso universitario presso di noi”.

Il rettore Federico Visconti, dal canto suo, ha incentrato il proprio intervento sul duplice tema dell’internazionalizzazione e del rinnovamento.

Viviamo in un mondo al cui interno le cose stanno cambiando con un’intensità e una rapidità impressionanti, guai a non prenderne atto e, conseguentemente, a rimanere inerti e prigionieri del “si è sempre fatto così!”.

“Sarebbe come diventare prigionieri di una palude, la quale – ha ammonito Federico Visconti – potrebbe poi portare alle sabbie mobili e allora saremmo veramente finiti”.

Soffermandosi sull’offerta formativa e didattica della Liuc, sui contenuti della ricerca, sui progetti realizzati dalla Business School, sul modello di gestione delle Facoltà e sulle relazioni istituzionali dell’ateneo il rettore ha illustrato la “strategia operativa” made in Liuc finalizzata a “non temere i problemi di sviluppo” così da “evitare che le idee dominanti dell’impresa ne impediscano la soluzione”.

Rifacendosi agli insegnamenti del professor Richard Normann (contenuti nel libro intitolato “Management for growth”, del 1977), Visconti ha illustrato le caratteristiche salienti della “cultura di sviluppo” insegnata nell’Università di Castellanza e ha indicato, quale strumento indispensabile attraverso cui gestire il “problema del rinnovamento”, il “suggerimento” contenuto nelle pagine dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni riferite al modo col quale si stava affrontando la peste: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.

Insomma, per evitare la “peste” della “palude/sabbie mobili”, non c’è che un sistema: “In quanto istituzione universitaria – ha concluso Federico Visconti – la Liuc ha una responsabilità nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, verso gli stakeholders e l’intera società civile. Non può guardare indietro e non può stare alla finestra. Deve tirare diritto, innovando, investendo, puntando sui fatti. Con tanto buon senso, sfidando il senso comune”.

Una “sfida” che è stata raccolta sia dal professor Jean-Philippe Ammeux, preside di facoltà dell’Iéseg School of Management di Parigi, sia dal Professor Fabio Rugge, rettore dell’Università di Pavia.

Il primo ha relazionato sul tema “Strategie per l’internazionalizzazione dell’educazione superiore”, mentre la prolusione del secondo è stata incentrata su “Internazionalizzare la formazione superiore. Davvero”. Ammeux ha suggerito tre linee strategiche di intervento: a) i programmi formativi, focalizzati sull’integrazione dei contenuti declinati in chiave internazionale nei differenti corsi e nello studio di lingue straniere; b) lo scambio istituzionale di docenti e studenti; c) processi di apprendimento interculturale in coerenza con il processo di internazionalizzazione della propria istituzione. Rugge ha fornito una serie di dati riferiti al “tasso di internazionalizzazione” delle Università italiane: nel periodo 2016/2017 gli studenti stranieri in Italia sono risultati essere 78.000 (4,62% del totale), vale a dire un quarto rispetto alla popolazione studentesca straniera in Francia e un terzo di quella in Germania.

“Solo il 16% di questi studenti – ha specificato Fabio Rugge – risulta appartenere a Paese a ‘sviluppo umano alto’. La maggior parte degli studenti stranieri presenti in Italia proviene dall’Albania, dalla Moldavia, dall’Ucraina, dalla Romania e dalla Cina”.

I professori stranieri sono l’1% del totale (99 ordinari e 118 associati). Negli ultimi 10 anni soltanto 32 ricercatori “non italiani” vincitori di borse di studio sono venuti nel nostro Paese (300 italiani se ne sono andati all’estero). La “scarsa attrattività” esercitata dal sistema universitario nazionale dipende da una serie di fattori, in particolare: l’eccessiva rigidità dei corsi di studio e dei calendari per l’accesso ai corsi stessi (emblematico il caso della Laurea in Medicina); l’inefficace e frammentato “marketing universitario” rivolto all’estero per illustrare le caratteristiche dell’insegnamento superiore italiano; la pochezza delle risorse a disposizione.

Ciononostante, ha osservato il rettore dell’Università degli Studi di Pavia, il nostro Paese rimane una “potenza scientifica mondiale” e da una recentissima e rigorosa indagine (gennaio 2017) condotta su un campione significativo di 21.000 persone sparse  nel mondo l’Italia è risultata il primo Paese per “influenza culturale” e l’italiano la quarta lingua studiata a livello internazionale.

“La competizione è una ‘molla’ potente mediante la quale migliorare efficacia ed efficienza, però c’è bisogno anche di tanta cooperazione. Mi viene da dire, citando il poeta Donne, che nessuna Università è un’isola. Occorre una maggiore ‘vicinanza’ – ha concluso Fabio Rugge – fra le Università lombarde. Solo così sarà possibile, insieme alla sete d’acqua e alla fame di cibo che l’intero pianeta esprime, soddisfare anche il bisogno di conoscenza che nel 2030 414 milioni di studenti manifesteranno”.

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