Onore al Grande Torino

Il 4 maggio 1949 ci fu la tragedia del Grande Torino. Avevo 3 anni all'epoca. Non ho ricordi diretti. Qualche cugino più grande di me, mi ricorda ancora che per stuzzicarmi a parlare, mi chiedevano la formazione degli "invincibili"

Gianluigi Marcora

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Il 4 maggio 1949 ci fu la tragedia del Grande Torino. Avevo 3 anni all’epoca. Non ho ricordi diretti. Qualche cugino più grande di me, mi ricorda ancora che per stuzzicarmi a parlare, mi chiedevano la formazione degli “invincibili”. Ed io, non proprio ubbidiente ai ruoli dei giocatori, la enunciavo quasi per intero. Ne ho chiesto conferma a due cugini tuttora viventi.

Poi ho imparato ad amare il Torino, crescendo. Non ne divenni tifoso per via di un gol realizzato ai Mondiali di Svezia del 1958 da Josè Altafini che allora lo chiamavano Mazzola per via della somiglianza. Altafini fu ingaggiato dal Milan che, quell’anno venne a Busto Arsizio per una partita di pre-campionato. Fu la “scintilla” che mi fece diventare tifoso milanista a 12 anni.

In casa, papà, pur non amando il calcio, mi parlava del Grande Torino per via d’uno zio che abitava a Porta Palazzo, proprio nel cuore del capoluogo piemontese. Lo zio di papà ci invitò al “Filadelfia” il 19 maggio del 1963 per l’ultima partita del “Toro” in casa, prima dei lavori di demolizione dello storico stadio. In programma Torino-Napoli che si concluse 1-1 con reti di Bearzot (futuro CT della Nazionale che nel 1982 vinse il Campionato del Mondo) per il Torino e Corelli per il Napoli.

Proprio lì, al Filadelfia, compresi cosa volesse dire “essere del Toro“, a partire dallo zio Riccardo, uomo calmissimo, pacioso, elegante nell’eloquio e rispettoso di ogni regola del bon ton che allo stadio diventava “un altro“. Assolutamente non era violento, in nessuna occasione, ma per 90 minuti, incessantemente, era un continuo “alè Toro, forza Toro” ed altre espressioni colorite (non volgari) che per un giovanotto suonavano ad offesa per qualsiasi “avversario” dei granata.

Avvertivo l’ebbrezza dell’appartenenza. Sentivo l’eco del Grande Toro, materializzarsi in campo. Gli accenni, i riferimenti dei tifosi granata erano impostati a “quel Torino” sebbene fossero passati 14 anni da Superga. D’accordo il risultato in campo, ma la gente (così diceva lo zio Riccardo) voleva unicamente la “maglia sudata” che voleva significare semplicemente “i giocatori si sono battuti con quanto avevano in corpo, poi quel che viene è accettato“. Guai “fare la signorina in campo” (altra tipica espressione che si udiva) e guai lasciare passare un avversario senza averlo adeguatamente marcato e ostacolato.

Quell’anno poi, il 22 maggio 1963 il “mio” Milan vinse la Coppa dei Campioni (prima squadra italiana a centrare l’obiettivo) con vantaggio del Benfica con Eusebio (la pantera nera) e doppietta di Josè Altafini (che Gipo Viani chiamava spesso “coniglio”) che segnò l’apoteosi della “prima squadra di Milano“.

Stasera a Torino c’è il cosiddetto “derby della Mole” fra Juventus e Torino. Al di là del verdetto in campo, vincerà sicuramente il Toro per la “memoria“, per non tradire lo spirito di gruppo che “quel” Torino aveva inaugurato. Scenderanno in campo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Avranno, gli “invincibili” altri visi ed altre strategie, ma 70 anni di Storia Granata vanno onorati con tutta l’abnegazione possibile. Guai alla Juve se dovesse segnare il passo alle sue capacità. Lo Sport esige massimo impegno, come se fosse la partita che decide la Champion League. Poi, il risultato sul campo segnerà un verdetto, ma la maglia Granata dovrà far ricordare il trombettista Bolmida (che suonava la carica al Toro) e quei ragazzi (ora in “trasferta“) che onorarono la maglia del Grande Torino e della Nazionale Italiana. Onore al Grande Torino.

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