“Il diavolo a Busto Arsizio”
Pagine bustocche

Abbiamo sotto lo sguardo un documento eccezionale edito nel 1938 dal titolo PAGINE BUSTOCCHE che il Centro Culturale San Michele ha curato...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Abbiamo sotto lo sguardo un documento eccezionale edito nel 1938 dal titolo PAGINE BUSTOCCHE che il Centro Culturale San Michele ha curato la riedizione nel 1985 e che proponiamo ai nostri Lettori. S’intitola: Ul diàval in dul leugu dul “Furmagèla” – Il diavolo nella campagna del “Formaggella” (è un soprannome). “E’ questa l’ultima apparizione ufficiale che ha fatto il diavolo a Busto Arsizio. Mancavano pochi mesi allo spirare del secolo scorso. Il diavolo, si vede, ha voluto approfittare dell’ultimo margine di tempo utile dell’800 per lasciare una traccia della sua malefica esistenza. La voce si è sparsa in un baleno. Qui, come nei dintorni. Il diavolo si era accampato in un coltivo di proprietà del “Furmagèla” situato nei paraggi (in allora in aperta campagna) della attuale via Benvenuto Cellini. Questo diavolo deve avere avuto una questione personale con Noè, poiché si era sbizzarrito nel taglio delle viti, il che arrecava gran danno al vigneto del “Furmagèla”.

Il povero uomo era fuori di sè per la brutta ventura della presenza nel suo campo di un cotanto malaugurato ospite. Si sa che il diavolo non osa mostrarsi alla luce del giorno e per le sue imprese è costretto ad attendere il calare delle tenebre. Le sue malefatte le operava, perciò, di notte. Quando il gallo cantava e l’alba appariva, l’Ave Maria ricacciava negli abissi il maligno spirito nottivago. Allora si potevano constatare i danni arrecati dalla ribalderia del diavolo. Decine di viti lacrimavano recise al piede. Si diceva che il “Furmagèla” avesse organizzato parecchi appostamenti nella speranza di sorprendere il “maledetto” sul fatto ed anche i Carabinieri gli avessero prestata man forte, ma invano.

Fatto si è, che ogni mattina aumentava il numero delle viti tagliate. Una vera disperazione. La gente di Busto e dei dintorni, si riversava come fiumana nella campagna del “Furmagèla” nella speranza di poter vedere il diavolo, preferibilmente, si capisce, ad una debita distanza. Tuttavia il morbo della curiosità aveva invaso tutti che anche i più “fifosi” si spingevano sul campo delle… operazioni. Tale era la ressa (durata per qualche settimana) che la forza pubblica fu costretta ad intervenire per costringere la gente a restare sulla strada, onde evitare che i danni della folla (già notevoli) non si aggiungessero a quelli del diavolo, fino a rovinare tutti i coltivi adiacenti. Ricordo che pure io (forse perchè era già in me latente lo spirito del cronista) alla notizia, abbandonai in mezzo alla via XX Settembre un carrello che trainavo a mano, per correre… a casa del diavolo. La gente sgomitava sulla stradella per farsi innanzi. C’eran già di quelli che avevan visto il diavolo, sotto forma di colonne di fumo passeggiare spavaldamente per le campagne con una falce in pugno.

Man mano che le notizie si precisavano con i dovuti fronzoli decorativi, l’ansia cresceva insieme allo spavento. Chi palpitava, chi impallidiva. Mi vien da ridere ancora oggi, quando mi ritorna agli occhi la figura di un povero fattorino, “inviato speciale” di una ditta di Nerviano, arrivato a Busto a piedi, per constatare  “de visu” la presenza del diavolo. Il poveretto supplicava la folla di fargli largo, di lasciarlo andare innanzi, perché se tornava a casa senza aver visto il diavolo ne andava di mezzo l’impiego. E’ facile intuire che il taglio della vitiera dovuto a una vendetta di vicini o ad una malvagia bravata di qualche squinternato, tuttavia non ci fu uno solo di quelli che si eran recati sul posto (vuoi per suggestione, vuoi per “buleria“) che non avesse proclamato, con tutta certezza e con abbondanza di particolari, di avere visto il diavolo con i propri occhi. Ad un certo momento il diavolo deve avere perduta la falce e deve avere stancato il braccio, sicchè di viti tagliate non se n’ebbero più. La folla dei curiosi andò via via decrescendo. Gli ultimi si allontanavano con una certa amarezza in corpo, scrollando il capo in segno di disappunto: è un diavolo da nulla se non è stato capace di portar via nemmanco una persona nel sacco. Per poche viti recise poteva anche fare a meno di apparire. Un diavolo che si rispetti ha l’obbligo preciso di commetterne una grossa, che lasci un lungo ricordo.

Quando sembrava che tutto fosse finito , ecco il diavolo rimettere le corna per ghermire una vittima, una povera vittima innocente. Dopo la commedia, la tragedia”.  Non è finito il racconto. Il resto serve per un epilogo “chiarificatore” che, a quel tempo era doveroso, necessario, importante. Eccolo: “Qualche pietoso trascinò il corpo boccheggiante del giovine in un boschetto vicino al “Ziziu di Strà Balòn” e gli coprì il volto spasimante con un angolo della giacca che indossava. Quando arrivarono i Carabinieri e si accertarono con un fiammifero acceso sotto le nari del disgraziato che la povera vittima aveva cessato di vivere, d’attorno non c’erano che pochi ragazzi trascinativi dalla morbosa curiosità. Di grandi nessuno. Che cosa era accaduto, cos’era stato? Di preciso non si seppe mai. La versione più attendibile è questa. Un uomo (chi dice un soldato vestito in borghese che aveva disertato la caserma, chi uno di quei giramondo che vivono di ripieghi, chi un ricercato dalla Polizia) un uomo, comunque, era entrato in una osteria e, dopo essersi sfamato, privo di quattrini, se l’era svignata dandosela a gambe per le straducole di campagna. Quell’uomo doveva aver passata la vita al sole a ai venti, poiché aveva il viso abbronzato, si da somigliare ad un mulatto, tanto da essere scambiato col diavolo.

Lasciata l’osteria, il fuggente dev’essere stato rincorso, qualcuno deve ave gridato “ferma ferma“; qualche altro vedendolo saltar siepi come un cerbiatto, deve aver urlato “il diavolo, il diavolo“! Fu raggiunto e malconciato con un fracco di botte? Nel saltare si impigliò in qualche ramo e cadde battendo il capo su di un sasso così da rompersi testa e collo? Fatto si è che la gente che l’aveva rincorso, come si avvide di trovarsi di fronte non al diavolo, ma ad un uomo rantolante, d’un subito si squagliò impaurita e terrorizzata. I bambini, però sparsero la voce che si diffuse colla rapidità del lampo: “àn mazà ul diàval“. Più tardi i grandi corressero la notizia dei piccoli, non senza esprimere un senso di mestizia e di compianto: “àn mazà un poar diàval!” – a cura di Carlo Azimonti e Enrico Crespi.

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