Con la ricorrenza di San Valentino
Parlare d’amore

Ce lo impone (quasi) la moda: come si fa a non parlare del San Valentino. Non è che a Busto Arsizio si abbia tanto credito sul “costume” della ricorrenza, ma è bello discorrere d’amore, anche se la ricorrenza (oggi) è diventata un fatto commerciale...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Ce lo impone (quasi) la moda: come si fa a non parlare del San Valentino. Non è che a Busto Arsizio si abbia tanto credito sul “costume” della ricorrenza, ma è bello discorrere d’amore, anche se la ricorrenza (oggi) è diventata un fatto commerciale. La storia di San Valentino ce la propinano ogni anno. In verità nessuno la conosce per intero. L’amore, invece trova nella data, il pretesto di buone azioni, di “pensieri” commerciali e tutti si sbizzarriscono a fare di una festa un costume di vita. Guai non ricordarsi della Festa degli Innamorati. Chi ama – diciamolo – ama tutto l’anno. A San Valentino va a… sentire il cuore e offre a chi ama, un pensiero. Si, ma non un “pensiero” di luce e di sentimento. Qui ci vuole un pensiero targato da un orefice o da un fioraio o (magari) presso l’Agenzia Viaggi. Ed ecco che si entra nel prosaico, per giungere fino in fondo a un fatto commerciale.

Per parlare d’amore ricorriamo a come lo si manifestava in epoca di mezzo novecento. Il rapporto più che confidenziale si tuffava in una manifestazione d’amore ai margini della promessa. Era il “mùusu” (fidanzato) che si impegnava per primo. Con un laconico, ma probante “tà òu bèn” (ti voglio bene) si intendeva un “ti amo” dei tempi moderni. Forse anche il “ti amo” odierno non si usa più, ma per chi ha i capelli bianchi e una certa maturità, il “ti amo” diventa ricorrente e lo si deve dire senza arrossire.

Massimo dell’espressione amorosa dell’epoca contadina (1950 – 1960) era il succitato “tà òu bèn” magari pronunciato quasi di nascosto, di sicuro non pronunciato sotto lo sguardo dei genitori che, se avessero sentito, avrebbero innescato un procedimento che portava all’ufficialità del rapporto. Si diceva – allora – che “a pàia tacà’l foeugu la brusa” per fare intendere che per intenderci meglio, non vuole dire solo che “la paglia vicino al fuoco, brucia“, ma vuol dire che si era alle prese con le tentazioni. Il troppo vicini aveva dei rischi: primo fra tutti il rapporto sessuale. Non se ne parlava spesso, ma a quei tempi si usava andare a nozze illibate (e il maschio?) e se si arrivava coi “confetti bucati” era semplicemente colpa della femmina tentatrice. Il maschio – si diceva – era cacciatore e (magari) si vantava delle conquiste anche se spesso e volentieri erano fasulle, ma facevano “mettere la croce” su una povera ragazza.

Poi, le ragazze madre venivano “occultate” dalla società. O le mandavano in altre città o venivano “ritirate” in qualche Istituto lontane dal mondo. Erano quasi recluse o mandate in un convento come la Monaca di Monza di Manzoniana memoria. O, peggio, venivano fatte abortire. Non esisteva la libertà di scelta. Non è che vogliamo dimenticare il San Valentino, ma è pur vero che certi usi e costumi erano inveterati in una società bigotta che amava reprimere i sentimenti, piuttosto di favorirli. Oggi, non è che i costumi si sono modernizzati. Sta di fatto che si è passati dall’altra parte. Magari si dice “ti amo” poi si pretende tutto e subito, sino a combinare sfracelli anche col sentimento e a comprendere meglio l’enorme differenza fra il “tà òu bèn” e il “ti amo” con le dovute ripercussione sullo stato emotivo delle persone. Non vogliamo dissacrare San Valentino. Di bello c’è il “pensiero” che deve essere la vera manifestazione d’amore. Un gesto – insomma – che dia la stura alla retorica e alla moda. Solo così si comprende l’importanza del “pensiero” abbinato al sentimento.

Un dato di fatto di come cambiano gli usi e i costumi nel giro di 50 anni: un tempo nascevano figli illegittimi più numerosi di oggi. Vuoi per ignoranza, vuoi per la “mamma che aveva detto nulla alla figlia”, vuoi la prevaricazione (e le false promesse) del maschio, vuoi per una condivisione della coppia ….fatto è che i cosiddetti “figli di ospedale” erano tantissimi (e non parlo dei “figli da sbarco”). Non perdiamoci San Valentino. La chiudo qui per non buttarla in retorica. Ben venga tutto ciò che inneggia all’amore, ma siamo convinti (come per la festa della Donna) che non si ama un giorno solo, ma tutto l’anno. E il 14 febbraio è solo un… campanello d’allarme per dire agli smemorati: almeno oggi, ricordati che è Amore.

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