DIALETTO E ANEDDOTI
Parole di un tempo andato

Il caso, l'evenienza, magari una sorpresa ed emergono parole di un tempo andato, ma che danno la stura a certi modernismi. Già abbiamo parlato sul "làa màassi" su un altro Editoriale. Ora ci tocca specificare che, la parola che "illustrava" l'evento ha una... variante

Gianluigi Marcora

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Il caso, l’evenienza, magari una sorpresa ed emergono parole di un tempo andato, ma che danno la stura a certi modernismi. Già abbiamo parlato sul “làa màassi” su un altro Editoriale. Ora ci tocca specificare che, la parola che “illustrava” l’evento ha una ….. variante.

Eccola: “l’è in compra” e nella traduzione significa che “lei acquista” e qui, si scompagina il ragionamento. E ci si chiede …ma come? la signora è “in acquisto? – vuole comprare?” ma è chiaro che l’autentico significato del “l’è in compra” vuole semplicemente dire che la signora aspetta un bambino.

A pensarci bene c’è da arrabbiarsi, da come, allora gli adulti tenevano in scarsa considerazione i bimbi. Che male c’era dire a un bambino che la mamma o la sorella o la zia o la cugina o ….una donna aspetta un bimbo? Con gli eufemismi, non solo si millanta la credibilità, ma pure si lascia ignoranti coloro che invece meritano di sapere. Al tempo della mia infanzia si usava così.

C’è un paradosso addirittura che voglio citare, senza alcun problema. Mia figlia Sabrina che il 2 novembre prossimo compirà 45 anni, quando frequentava la seconda elementare, giocava in cortile allegramente. La nonna (la mia indimenticabile mamma Pierina) le dice di non toccare la gatta perchè “l’è in compra“. A sera, come ho sempre fatto, dopo il lavoro, mi fermo a salutare la mia Pierina e la vedo un po’ imbronciata.

Le chiedo cosa avesse causato quel velo di tristezza nei suoi occhi e dopo un po’ d’insistenza, la mia Pierina attacca: “ma ti – rivolto a me – sa te ghe fe imparò a tò tusa?” (ma tu, cosa fai imparare a tua figlia?). La cosa mi incuriosisce e ovviamente chiedo a mamma, ragione di quella domanda. La mia Pierina risponde netto: “Sabrina l’à ma di ‘na paulascia” ed io resto esterrefatto. “Sabrina”, dice mamma, “mi ha detto una parolaccia”. Poi, la Pierina prosegue: “a gò dì che a gatta l’è ‘in compra e le la ma di …..’na paulascia“. Allora comincio a capacitarmi di cosa era successo e dico a mamma….”ti ha forse detto che la gatta è incinta?”  Al che, la mia Pierina s’è subito illuminata nello sguardo e attendeva la mia esternazione per metterla a confronto con l’educazione da fornire ai figli.

La mia Pierina “si, propri chèla paòla lì, senza tèma” (si, proprio quella parola lì, senza pudore). Allora (e ci ho impiegato un po’) ho fatto rilevare a mamma che “incinta” non è affatto una “paulascia” (parolaccia) ma è una normale parola che stabilisce il giusto stato di una donna (o una femmina anche di animale) gravida o in “stato interessante”.

A questo punto, mamma aspettava di incontrare Sabrina. L’ha abbracciata ed entrambe hanno scambiato un sorriso di condivisione, dolcissimo. Guai se avesse mancato di rispetto a nonna.

Adesso un’altra parola “forbita” che merita un approfondimento: “zacarèi” (mandorle). Già qui, sarebbe bello sapere come i nostri padri abbiano associato le mandorle con i “zacarèi“, ma quel che vogliamo dire è il motivo della ….tirata in ballo di questi frutti dal guscio durissimo. E lo sveliamo subito.

Quando “uno” voleva fare il duro di fronte agli eventi diceva (parliamo al passato. La frase, ora, quasi non la si sente più): “mèn a scèpu i zacarèi cunt’i bòll” ….dobbiamo tradurre? Non vogliamo essere scurrili, ma il vero significato era “io spezzo le mandorle con le palle” (non quelle da gioco, ma i genitali) e la ….traduzione ci sembra eloquente.

Nello specifico (forse) ciò non era possibile e, l’accostamento diventava problematico, ma era per dire che di fronte a ogni tipo di problema, i “duri” si comportavano in questo modo. Null’altro. Visto che parliamo di “zacarèi” diciamo che le mandorle, noi (come il prosciutto) le vedevamo solo a Natale.

Le mandorle facevano parte di quelle leccornie che gustavano i ricchi. La povera gente si accontentava dei “marùni” (castagne) o delle “spagnolette” (arachidi) in vendita a minor prezzo.

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