Due parole del dialetto bustocco
Pensavo fossero scomparse…

Ho udito due parole del Dialetto Bustocco che mi sembravano scomparse: "giandùl" e "armandùl". Le prime sono i noccioli del frutto, mentre le seconde sono le mandorle...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Ho udito due parole del Dialetto Bustocco che mi sembravano scomparse: “giandùl” e “armandùl“.

Le prime sono i noccioli del frutto (quello dell’albicocca, della pesca, delle ciliegie) mentre le seconde sono le mandorle, dure come una pietra che da ragazzi si “scoprivano” a Natale, mai prima, per via del costo. Mentre i primi (noccioli) erano conosciutissimi per chi aveva un giardino con tanto di frutteto annesso, le seconde provenivano dalle Regioni del sud- Italia. E facevano da sfondo a una fantasia sfrenata che offriva il pretesto per qualche risata. Da notare poi che i “armandùl” li chiamavano pure “zacarèi“, sempre col genere maschile, anche se le mandorle sono tipicamente di genere femminile.

Nella parlata si sentiva spesso “a gò i cuiuni dui me’i zacarèi” per dire che si era intransigenti al massimo e pure un po’ testoni o individualisti. Oppure, per i duri di comprendonio, li si accostava ai “zacarèi” per via della “testa dura”. Invece, i “armandùl” erano accostati ad una bevanda buonissima, forse troppo dolce, ma squisita. E per fare un complimento a una signora, le si diceva pure “s’è dulzi teme’n armandùl“. Spostiamoci ora su un’altra parola bustocca di tutt’altro genere. Ne avevo già discusso, ma pervengono in redazione alcune richieste a parlarne che mi inducono a ripetere il concetto.

Si tratta del “brusogiu” che a conti fatti vuol dire “bruciore di stomaco”. Quando si ha il “brusogiu” vuol dire che non si è digerito; che si è bloccata la digestione; che si è avuto una terribile notizia che ha determinato questo terribile disagio. Non è poi finita qui: “brusogiu” è anche colui che al “tia fòa di strasci” (letteralmente, tira fuori dagli stracci), ma che in sostanza (diciamola con un eufemismo) fa arrabbiare. Nelle discussioni, chi insiste nel torto o nella ragione è un “busogiu“, uno che vuole sempre l’ultima parola o chi pur sapendo di mentire, insiste nella sua tesi, avvalorandola contro tutto e tutti.

Quindi, il “brusogiu” è un indisponente, un assolutista, un antipatico, uno che si tira addosso epiteti di ogni genere. Per far passare il “brusogiu” si ricorreva all’ “alca selzer” o a pasticche digestive, ma pure a un bicchiere di Fernet che ti “scardinava” lo stomaco. Oppure, la mamma preparava il “canarino” che proprio qui non è un simpatico uccelletto, ma un composto da acqua bollente (poca) e succo di limone (tanto).

Zucchero niente e appena sorseggiavi il “composto” ti si “risciavan i busechi” (si stropicciavano le budella) tanto il limone era aspro e l’acqua, poca. Col bel risultato che ti liberavi lo stomaco e spariva il “brusogiu“. Non così per l’altra interpretazione. Chi era bollato dal “busogiu” non spariva, non se ne andava e pesava sulla buona fede degli altri in maniera esacerbante. Però, quando si arrivava “a estremi mali, estremi rimedi”, per (così dire) togliere il ragno dal buco, si diceva una frase, forse non proprio elegante, ma sicuramente efficace, perentoria e di sicuro effetto: “o cagò o dislibeà ùl bogiu“. Vuol dire anche “o la finisci qui con le tue squallide ragioni oppure finiamola qui”. E la si utilizzava (l’espressione) anche in tanti altri esempi; sempre quando la via d’uscita era impervia come un tragitto inesplorato.

Per chi ha vissuto in case di ringhiera (io, per esempio e me ne vanto), l’esempio ha una connotazione più realistica, forse maggiormente colorita, a partire dalla “garitta” situata in mezzo al cortile e che serviva per i “bisogni” comuni. Quindi, quando uno si attardava “sul posto” e magari era un po’ stitico, si sentiva urlare da fuori “o cagò o dislibeà ‘l bogiu” che suonava a invito, molto rozzo e… perentorio, per non intrattenersi oltre il dovuto. Per non fare venire il ….brusogiu, finiamo qui l’Editoriale. In fondo è vita vissuta e non vita …inventata.

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