Semplicemente uomini
“Per una società che vada bene, basta che ognuno faccia il proprio dovere”

Gianni Pesce, poliziotto in pensione della Polizia di Stato nasce da un papà funzionario delle Ferrovie e da una casalinga, giusto già per chiarire che il decidersi per una vita in cui fare la differenza non è questione di elite...

Michela Diani

Busto Arsizio

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Gianni Pesce, poliziotto in pensione della Polizia di Stato nasce da un papà funzionario delle Ferrovie e da una casalinga, giusto già per chiarire che il decidersi per una vita in cui fare la differenza non è questione di elite, come qualcuno vorrebbe farci credere. Avendo lui potuto godere di una formazione sportiva agonistica e professionale così come di una formazione antecedente a quella accademica da poliziotto in cui la disciplina, la resistenza e lo spessore erano elementi fondamentali, la costruzione della sostanza della sua persona è stata a parere mio conseguente. Mi spiego: se ricevi una formazione molle, facilmente la mollezza sarà il tuo tono muscolare. Se ricevi una formazione di struttura nella quale tu impari a costruirti come persona ne esci con tutti i tuoi pregi e difetti ma come una persona solida. Sono abbastanza convinta che questa regola formativa valga un pò per tutti. Questa, in parte, la mia spiegazione ai molteplici e diffusi quaquaraquà di questi tempi.

Infatti, per tutta l’intervista, il dottor Pesce, non ha fatto altro che ripetermi – pur cosciente che la sua storia ha senz’altro dei caratteri epici da non sottovalutare, – che lui ha fatto quanto era normale secondo i valori che gli erano stati trasmessi dal padre, sottolineando anche come, ai tempi attuali molto conti nei giovani la mancanza di autorevolezza dei genitori nella trasmissione di valori che dovrebbero essere scontati come la legalità e l’onestà. Probabilmente il motivo per cui mi sono trovata in sintonia culturale con questa persona è proprio questo. Il mio occhio educativo già da tempo mi aveva fatto notare la grande incapacità genitoriale dei nostri tempi rispetto appunto alla trasmissione delle regole di base del vivere comune, così che ti trovi bulli da tutte le parti come se ciò dovesse essere considerato normale.

Gianni Pesce non è inseribile in nessuna casellina di excel per descriverlo, è un boccone amaro che il sistema fa fatica a digerire, è un uomo normale che partendo peraltro da una normalissima famiglia italiana ha nel corso della sua esistenza semplicemente fatto il proprio dovere con i mezzi che aveva. Il punto è come.

Per la maggior parte delle persone fare il proprio dovere significa fare lo stretto indispensabile, per qualcuno addirittura significa fare il meno possibile per portare a casa la pagnotta, per qualcun altro dovere significa semplicemente timbrare il cartellino per dire che ha lavorato, ma senza mettere in ciò che sta facendo la minima passione, professionalità e consapevolezza. Non è un segreto che vi sia una bella fetta di italiani a partire dai mestieri più umili fino a terminare nelle toghe che non mettono passione, impegno e volontà di servizio alla collettività nel loro operato. Parassiti e carrieristi sono in un certo senso gli antipodi e gli estremi di una società che ha trovato in questo modo di procedere un binomio su cui si regge tutto il sistema.

Perché vi sto dicendo queste cose se nei passati articoli ho voluto creare un pò di suspence su questo poliziotto, per presentarvelo?

Semplicemente perchè, in questa rubrica, in cui di tanto in tanto parlo di modelli positivi per la nostra società, non mi interessa mitizzare le persone, ma portarle il più possibile vicino a noi, mostrandovi non la loro eccellezza rispetto a noi, ma la normalità da cui sono partiti per fare la loro ‘eccellente differenza’.

I Falcone e I Borsellino su cui la società perbene si regge erano ragazzi che giocavano a pallone e che sono andati a scuola come gli altri. Provenivano da famiglie comuni e non da elitè né di carattere culturale nè sociale e il portarli terra a terra è per me motivo di speranza.

La speranza che la sostanza di una persona non è data né dal suo mestiere, né dal suo abito, né dalla sua origine, ma semplicemente dalle scelte che quella persona ha deciso di fare nel corso della propria vita inseguendo onestà, coerenza e autenticità anche quando farlo li ha fatti risultare antipatici, scomodi, fastidiosi o perfino pericolosi per un sistema che funziona in modo esattamente opposto.

Insomma, il concetto che mi piace chiarire nel raccontarvi questi personaggi è che sono persone reali e non miti epici lontani, persone che hanno figli e nipoti e quindi che dai nipoti possono essere chiamati nonni o padri, è che sei tu, sono io, siamo noi se decidiamo di non colloquiare più con l’ipocrisia e con la corruzione di questo sistema abituato a funzionare così ma soltanto perché ha potuto contare su cittadini arresi.

Se c’è una cosa che Gianni Pesce mi ha trasmesso come liet motiv in tutta la sua intervista è che ‘ io ho fatto gran parte di ciò che ho fatto come un normale cittadino’ ha tenuto a precisare.

E ci credo. Non perché non avesse le competenze e gli strumenti di un poliziotto, ma perché noi cittadini non abbiamo ancora ben compreso le potenzialità del nostro essere cittadini fino in fondo. Ci siamo arresi ai poteri forti credendo di non potere fare altro, mentre in realtà non è proprio così che funziona.

Già ho citato l’esordio di uno dei libri di Pesce in un passato articolo, il giorno in cui avremo il coraggio di sollevare il calcagno che ci schiaccia sarà il giorno in cui comincerà la nostra riscossa di cittadini, di persone che non se la fanno più andare bene perché dall’altra parte c’è un politico, una toga, una divisa, un chicchessia più potente di noi, ma anche più marcio e corrotto. E detto da un poliziotto che ha arrestato il capo di gabinetto del ministro dei Trasporti.

Un giorno, in una discussione in rete lanciata dal prof. Erspamer, docente di letteratura di Oxford, pensiero di cui mi piacciono le contaminazioni per il fatto che non ha neanche mezzo pelo sulla lingua è emerso uno spunto che ho trovato interessante.

Lui denunciava nel nostro paese l’esistenza di una sorta di manicheismo in base al quale non si critica o non si giudica nessuno perché per farlo occorre essere intonsi. Del resto, non per niente, noi italiani affondiamo il nostro Humus nel ‘ chi è senza peccato scagli la prima pietra’.

Deve essere però per questa sorta di manicheismo che noi cittadini che possediamo pagliuzze negli occhi a confronto delle travi dei potenti ci siamo ammalati di una arrendevolezza suicida nei confronti di giustizia, legalità e onestà e nel nostro paese ci siamo fatti veramente andare bene di tutto. Ci si abitua all’inferno, qualcuno diceva. E noi cittadini ci siamo abituati ad esso come fosse la normalità, niente meno che come una donna che trova normale essere insultata, annichilita e maltrattata da un uomo prima di comprendere che quella si chiama violenza.

Tutto quanto ha fatto Gianni Pesce è stato fatto nel rispetto della legge, ma non della diplomazia ove la diplomazia rischiava di confondersi con quell’andreottiano atteggiamento del sottobanco o l’ assecondare una burocrazia illegale legalizzata.

L’assurdità dei suoi libri consiste nel fatto che il lettore potrebbe credere che siano romanzi. Purtroppo di romanzato ci sono solo i nomi dei personaggi giusto per camuffare un tantino l’evidenza. Ma è tutta realtà nostra, viva e vera.

Benché ci sia addirittura qualcuno che apra locali e ristoranti soprannominandoli con il nome di mafia o mafiosi, la mafia è e resta una montagna di merda che non diventa meno puzzolente neanche se la romanziamo e così insieme a lei anche i personaggi che ne sono divenuti complici o rappresentanti, di cui una buona parte sono politici.

Pesce, in una delle prime battute mi disse, nel corso della sua intervista:

”In ogni indagine, piccola o grande che fosse, di piccoli reati o indagini mafiose, scava scava, scava scava, l’elemento politico saltava sempre fuori”.

E voi, cari lettori, ancora credete nelle fiabe? Ancora credete ai politici nostrani? Siete ancora disposti a mettere una croce sulla nomenklatura nostrana?

Guardate, non ho la ricetta per una Italia migliore, ma certamente un ingrediente fondamentale da cui non possiamo più prescindere è cominciare a defenestrare da tutti gli ambiti e le istituzioni modelli o abiti che non lo sono per nulla e fare in modo che in maniera meritocratica si siedano di diritto persone perbene in grado di trasmettere qualcosa, perché in primis, come Gianni Pesce, ci mettono la vita e la faccia, anche quando tutto ciò significa risultare scomodi.

Se riempiremo i banchi del Parlamento e delle istituzioni di persone così potremo un giorno con ogni probabilità fare molta meno fatica per vivere in un paese NORMALE.

Per questa volta terminiamo qui, ma sappiate che è solo l’inizio.

 

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