Ecco perché le donne nei tribunali sono tutte pazze

Nessuno, di fronte alle donne, è più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità.

Michela Diani

BUSTO ARSIZIO

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Nel corso delle ultime due settimane, sono state promosse sui social e sui media due campagne importanti contro la violenza alle donne, una a sostegno della giovane donna di Melito Porto Salvo, stuprata dal figlio di un boss di mafia ( non è la prima volta che viene fatta) e l’altra per Grazia Biondi, paladina del tema, perché lei stessa, vittima di anni di violenze rimaste sfacciatamente impunite, ha trasformato la sua debolezza in forza,  e ha avviato una associazione, tutta da sola, inizialmente, di nome Manden, proprio con l’obiettivo di dare filo da torcere alla violenza contro le donne. Come ben voi sapete, nel corso della mia rubrica ‘Fuori dai denti’, spesso mi occupo di questo tema, in quanto lo ritengo uno degli aspetti più importanti, quanto nello stesso tempo sottovalutati, per contribuire a una crescita culturale, ma soprattutto evolutiva nel nostro paese. Un paese bellissimo e pieno di grandi risorse, ma attanagliato ancora da una profonda ignoranza circa il valore delle donne, la positività del loro apporto sociale sotto ogni fronte, e di conseguenza la necessità di averne cura non come dei lupi estinti, ma come persone con diritti umani identici agli altri. Quando scrivo certi pensieri e cerco di trasmettere nel mio piccolo qualche messaggio, più di qualcuno ride, convinto di essere intelligente nel farlo e di vivere un paese civile. Allora ho deciso di riportare in calce uno stralcio di una intervista fatta a una Giudice di Roma, Paola Di Nicola, la quale, ha paragonato il fenomeno della violenza alle donne, alla mafia.

‘’ Ogni giorno vedo nella mia aula di giustizia donne, anche giovani e istruite, che pensano che essere maltrattate fisicamente e moralmente per anni da un marito o da un fidanzato sia “normale” e vada tollerato per il falso mito dell’unità familiare, facendo confusione tra amore e gelosia morbosa, troppo spesso distanti anni luce dal rispetto e dal riconoscimento dell’altrui identità. Quando denunciano spesso è troppo tardi perché i loro figli, maschi e femmine, hanno intanto introiettato quel modello che riprodurranno in una spirale senza fine’’.

E ancora:

Il femminicidio ha la stessa valenza culturale, sociale e criminale della mafia. Si deve pretendere dallo Stato lo sforzo dimostrato nel combattere il fenomeno mafioso perché il femminicidio, inteso in senso ampio, arriva ad ammazzare, nel disinteresse assoluto, più della mafia, uccide la vita e la dignità di intere generazioni, rendendole succubi e incapaci di reagire”.

Ora, pur non concordando sul fatto che la violenza alle donne uccida più della mafia, traggo forza nelle mie riflessioni dalle parole di questa Giudice, perché già da tempo, avevo, a livello logico e senza alcuna esperienza da operatore giuridico, associato i due fenomeni. Essi si legano infatti, attraverso il filo sottile, talvolta trasparente, ma che in realtà a chi comincia a interessarsi veramente al fenomeno e non così tanto per dire, è visibilissimo, un filo costituito da omertà e connivenza del sistema, soprattutto di quella parte di sistema che consiste nei Tribunali stessi che dovrebbero invece essere proprio i luoghi di accoglienza delle vittime e di giustizia, e in tutti gli apparati che intorno in maniera diretta o indiretta mangiano la propria pagnotta su questo tipo di situazioni, vale a dire, periti all’interno dei Tribunali, assistenti sociali, avvocati,mediatori famigliari e il non plus ultra talvolta delle stesse associazioni anti-violenza che non sempre rappresentano un anello funzionante del sistema perché soggetti a innumerevoli condizionamenti di carattere politico, economico e talvolta perfino di finalità. Non bisogna, infatti, essere ingenui. Per lavorare seriamente contro la violenza alle donne devono coincidere tanti elementi, indispensabili due: preparazione e purezza di intenti. Cosa che ad esempio, nella politica stessa che in maniera prioritaria dovrebbe occuparsi della cosa – visto che ciascun parlamentare anche uomo è nato da una donna, – lascia alquanto a desiderare. Ora poi che siamo in tempi elettivi, le donne e i loro diritti diverranno alla mercè del più fantasioso.

Come già ribadito più volte, noi donne siamo stufe e quando le donne si stufano e si uniscono non ce ne è più per nessuno, nel senso che, tutti conoscete le donne e sapete benissimo che quando una donna chiude e decide che deve dire basta, quel basta sarà altisonante. La pazienza ha dei limiti dopodiché si trasforma METAFORICAMENTE – prima che oltre che pazze ci danno anche delle violente – in polvere da sparo.

Ciò che onestamente ci disturba maggiormente sono l’indifferenza e la totale negligenza operativa in cui molto spesso ci imbattiamo nei Tribunali e questo anche grazie a periti supponenti ma ignoranti che, senza preparazione, né vera e propria conoscenza delle situazioni, azzardano stupidamente relazioni da incendiare. Infatti, in molti Tribunali e Busto Arsizio è proprio uno di quelli, viene messa in atto una sorta di metodologia che voglio definire ‘gaslighting istituzionale’. Per spiegarvi cosa intendo, occorre che vi spieghi che cosa è in psicologia il gaslighting. Esso è una modalità manipolativa messa in atto dal carnefice che volge a far passare per pazza la vittima, mettendo in dubbio ogni cosa che fa, dice o pensa. In uno dei prossimi articoli mi occuperò nello specifico di questo tema.

Nei Tribunali viene esemplificata, ma in maniera ovviamente potenziata, questa modalità, per parte di periti superficiali che in questo modo mettono in atto veri e propri meccanismi di giudiziari di morte in vita, nei confronti delle donne, che quasi sempre sono anche madri, innescando iter giudiziari che annichiliscono ancora di più le vittime perché le inseriscono sia all’interno di monitoraggi e servizi da parte di ulteriori pasticcioni ( servizi sociali, consulenti minori, mediatori), sia perché portano a una vera e propria speculazione economica sulla pelle delle persone che molto spesso già si trovano in condizioni di debolezza economica, visto che, una delle violenze che il maltrattante sempre opera sulle donne è proprio la violenza economica.

Per quale motivo persista questa ottusità istituzionale se, così come sostengono, le persone sono in buona fede, non si capisce. A me pare proprio, al contrario che vi sia una profonda superbia istituzionale nel non voler ammettere che le prassi sono cancerogene e che vanno modificate tenendo conto di quanto le donne affermano e denunciano, così come anche è necessaria una formazione più specifica nei confronti sia della magistratura che degli operatori di tribunale. Non è davvero concepibile che nel sistema, in un sistema già complicato, ove arrivano situazioni complesse, vi siano operatori inadeguati in maniera sfacciata a contrastare la violenza di genere ma che si servono del titolo da CTU solo per apparire.

A dispetto di quanto si creda, esistono anche magistrati e docenti universitari che credendo in questa rivoluzione culturale così come negli evidenti limiti del sistema, si stanno mettendo in gioco per farsi promotori di una evoluzione ‘cerebrale’ di tutti gli operatori che in qualche modo tratteranno poi le situazioni sul campo. La Giudice De Nicola non è l’unica a esporsi così apertamente sull’argomento, anche il Giudice Roia, che peraltro è di Milano, il quale in una intervista apparsa su Famiglia Cristiana, l’anno scorso, sottolinea l’importanza del legame tra la violenza contro le donne e l’indagine personologica dell’uomo maltrattante. Non è questione di vittimismo, dunque, da parte delle donne, l’insistere ad approfondire le cose, ad essere prima di tutto ascoltate, è la necessità concreta di avere operatori nei tribunali che sappiano ragionare in termini di dinamiche relazionali di violenza, dove senz’altro la violenza non è sempre manifesta, ma non per questo, cioè non perché non è il pungo in faccia, non sia grave, visto che va pesantemente a condizionare lo svolgimento sereno della vita della vittima e dei minori implicati.

Questo non è un problema che si risolverà senza l’ascolto delle donne e continuare ad essere indifferenti è solo sinonimo di una grande, altisonante cattiva coscienza oltre che francamente di una leggendaria e ormai conclamata ignoranza.

‘’ L’integrità psicofisica della vittima non può essere svilita ‘’

          (Dott. Fabio Roia, Giudice del Tribunale di Milano)

 

Donne Donne e Uomini non ominicchi e quaquaraquà

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