CUORE DI BUSTO
Piangere per una “scossa d’amore”

Ho imparato a piangere. Non a compiangermi. A piangere di gioia, di dolore, di delusione, di sentimento, di incomprensione, di ricordi, di aspettative. A volte mi ha fatto male, piangere...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Ho imparato a piangere. Non a compiangermi. A piangere di gioia, di dolore, di delusione, di sentimento, di incomprensione, di ricordi, di aspettative. A volte mi ha fatto male, piangere. A volte l’ho fatto senza sapere il perché. Altre volte per effetto di un “groppo in gola” scaturito dalla sorpresa, da un evento capitato per caso. Ho pianto qualche volta senza ritegno; il più delle volte, con garbo, da solo, senza lasciare trasparire la ragione del mio pianto.

Pensavo che piangere fosse un sintomo di debolezza. Mi sono accorto del contrario, senza barare. Quando il pianto è sincero non ci si deve vergognare. Gli effetti si misurano dopo…immediatamente dopo. E si parla subito con l’anima, in presa diretta. Poi ci si sente più sollevati; leggeri e sereni.

Ho pianto mentre scrivevo di qualche ricordo, quando la vita somigliava a un’incognita. Tiravo in ballo prove durissime e sacrifici che non avrei dovuto fare, ma che ho fatto con l’aiuto dei miei che mi hanno sostenuto senza magari comprendermi appieno. L’hanno fatto per amore. Però erano lì, al mio fianco, con la fiducia cucita addosso. Mi sono trovato ad asciugare lacrime mentre davo luce a episodi lontani, pensando alla solidarietà che mi era donata senza nulla pretendere. Ho procurato aspettative e delusioni e ho pianto anche per questo. A volte si feriscono le persone che più di altre hanno influito su un successo o su un traguardo raggiunto per il loro attaccamento alla mia persona. E di ciò ho provato un atroce rimorso che mi perseguita per non averle ascoltate sino in fondo.

Con l’emozione, pensavo di non dover piangere, ma è successo. Una lode inaspettata, un sorriso sereno, un abbraccio col cuore, un avvertimento senza desolazione, un incentivo a far meglio, un aiuto a non entrare nel vicolo della desolazione o della nostalgia o al limite della disperazione.

In un’unica circostanza mi sono sentito disperato. Quando “ho scoperto” la morte di mio padre. Accadde a Gardone Riviera, d’improvviso, con papà in gita coi suoi commilitoni. Papà 58 anni, io 25 e non pensavo fosse possibile che il destino mi carpisse mio padre. Sembra tuttavia strano che quel 19 settembre 1971 dentro una cappella del Cimitero, noi due ci siamo detti tante cose. Un dialogo costruttivo senza parole; solo col cuore, cominciato col mio “che dirò a mamma, ora?“. E lui freddo con gli occhi buoni e i lineamenti distesi a suggerirmi “cosa dire” e “cosa fare” per uscire dalla mia disperazione. In una intera notte ci siamo sentiti e ascoltati, noi due soli, mentre là fuori il rumore del vento portava la voce dei morti. Era un ululato soffice. Non ho avuto la minima paura.

Nel mio pianto libero c’erano i ricordi di notti a casa: io sui libri, lui a dirmi “ti sto aiutando” con la presenza costante del sorriso a coprire la fatica del lavoro. Lo dico subito: ho pianto anche per mamma, ma avevo 50 anni, lei 79 ed ero quasi “preparato“. Il dolore è di quelli incancellabili, ma sapevo che sarebbe successo, mentre con papà pensavo non succedesse mai.

Per i pianti di gioia, ne ho tanti, ma sono tutti senza lacrime. L’emozione e la commozione le ho contenute nell’alveo della dignità e non m’è mai piaciuto darne spettacolo. Mi hanno insegnato a non abbattermi per i dispiaceri e a non esaltarmi per i consensi o le “pacche sulle spalle” che nascondono spesso invidie o mere soddisfazioni che talvolta ti giungono come “insulti” del tipo “…perché a lui sì e a me no?“.

Mi sono accorto di lacrime furtive a rigarmi il viso di fronte a un tramonto, annusando un fiore, tuffandomi in un profumo delicato, guardando un cielo terso o un prato costellato di fiordalisi, osservando il flusso e il riflusso di onde pacate o di cavalloni impazziti. Ho visto la forza di un’emozione e la delicatezza di un gioco di bimbi, così diverso dall’impostura dei grandi. Ho asciugato lacrime dolci intrise d’amore. Mi sono arreso a lacrime indignate per aver causato un dolore, un dispiacere; per avere illuso aspettative o richiami ad una scelta, rispetto a un’altra.

Quando sento l’inno degli italiani o ad una sfilata degli alpini o al Tricolore che garrisce sopra un pennone, devo contenere le lacrime. Non parlo, ma se dovessi emettere un suono di parola, arriverebbero prima le lacrime. Mi salvo col digrignare dei denti e nel contenuto riserbo che mi riservo.

Ora il Lettore si chiederà: che c’entra tutto ciò con un Editoriale? Per dire che ho tra le mani il libro fotografico di Marino Bianchi (tuttora in Libreria) dal titolo “CUORE di BUSTO” e osservando la bellezza degli angoli di Busto Arsizio, mi sono ritrovato ad asciugare lacrime di commozione per questa “scossa di amore” che, almeno una volta, un abitante di Busto Arsizio dovrebbe assaporare nella vita.

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