ANCHE SE STA FINENDO
Poesia d’estate

D'accordo che "l'estate sta finendo" e che con settembre si comincia a pensare all'autunno. Tuttavia, è bello pensare a un'estate di una volta, quando non c'erano le comodità attuali e quando anche le strade, i cortili, il paesaggio era molto differente da quello attuale

Gianluigi Marcora

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

D’accordo che “l’estate sta finendo” e che con settembre si comincia a pensare all’autunno. Tuttavia, è bello pensare a un’estate di una volta, quando non c’erano le comodità attuali e quando anche le strade, i cortili, il paesaggio era molto differente da quello attuale.

Quindi, sono andato ad attingere a una stupenda Poesia dell’amico Angelo Azzimonti, pubblicata sul libro dal titolo “Gùti da rusàa” (gocce di rugiada) edito nel 1989 dalle Grafiche Casbot in Samarate.

ESTAI (Estate):

“fra mila smàgi russi da sciuèti – ch’in fèrmi lì a sbiadì al rabatòn – a gh’è un’espusiziòn – da bèi tapè, tùl  bloeu da munaghèti; – ga fà curnìsa d’una stràa – dughè un cavàl al tia piàn pianèn – un carù pièn da fèn – e intàntu a vùsi sèca dàa scigàa – la sùta dàghi dàa matìna àa sìa – ma, candu finalmènti l’ha finì, – a ga incumència ul grì – par fa saè che’l dì l’è passà vìa.”

Prima della traduzione, lasciatemi esprimere un vivo compiacimento all’indimenticabile Amico-Poeta che mi ha fatto scoprire la “traduzione” originale dei Fiordalisi (che non conoscevo), fiore a me tanto caro per motivi intimi. Ebbene, i Fiordalisi in Bustocco si dicono “munaghèti” e mai avevo sentito questo termine sia in casa sia nella parlata comune. “Munaghèti” mi fa pensare a “monachelle”, ma questa è una semplice supposizione.  Forse perchè, Angelo Azzimonti apparteneva a una generazione precedente la mia; quindi l’evoluzione della Lingua Bustocca ha subito aggiornamenti e ….coloriture.

Eccoci quindi a leggere insieme questa bellissima Poesia di stile casereccio e tanto semplice da “cucire” sul cuore:

“Tra mille macchie rosse di papaveri – che sono immobili nel campo a sbiadire sotto il sole cocente (rabatòn e si intende proprio sotto il sole) – c’è un’esposizione – di bei tappeti tutti blu di fiordalisi – fa cornice una strada – dove un cavallo tira pian pianino – un carro pieno di fieno – intanto la voce secca della cicala – continua a frinire (verso tipico della cicala – nella poesia si dice “sùta dàghi” per dire che la cicala “continua” nel suo verso) dal mattino a sera – ma, quando finalmente (la cicala) ha finito (di frinire) – incomincia a frinire il grillo – per far sapere che il giorno è trascorso”.

Mi immagino la strada sterrata, la polvere a coprire i colori, il contadino a incitare il cavallo che piano piano raggiunge casa, il sudore del lavoro nei campi, il canto della natura con queste distese di papaveri con attorno i fiordalisi dentro un prato rigoglioso d’erba che difendeva il silenzio a proteggere la meditazione e il canto degli uccelli, liberi a volare e a regalare allegria col loro volteggiate nel cielo, a stormi.

Gente semplice che si fermava all’Osteria per un buon bicchiere di vino, una discussione parlata, dedicata magari al tempo, al raccolto, ai figli da crescere, alle incombenze quotidiane. Magari si consumava una “maènda” (una merenda) quasi semplice con una “mezza roa da pàn mistu” mezza ruota di pane misto per “cumpèsà” (accompagnare) una fetta di “gungunzòa” (gorgonzola) o un “salamèn da cavàl” (salamino di cavallo). Poi, a casa, c’erano gli animali da accudire, una stalla da accomodare ….sino a sera. Il lavoro non finiva mai. Intanto, il pollaoi “cantava”, l’orto mostrava i frutti e gli schiamazzi dei giochi dei bimbi leniva il rumore. Molto di quel tempo, mi apparteneva. Lo ricordo e lo vivo nel cuore.

Copyright @2018

DALLE RUBRICHE