Riceviamo e pubblichiamo
Precisazioni dialettali

Busto Arsizio

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Riceviamo e pubblichiamo.

 

Caro Direttore,

nel tuo editoriale del 2 luglio affermi: «petoniche […] fa parte delle parole inventate a Busto Arsizio ed è un sinonimo di bisbetiche e giù di lì».

No: non è una parola inventata a Busto. A parte che anche nel nostro dialetto di solito è pronunciata e scritta con la b iniziale (v. Giavini, Dizionario della lingua bustocca, Parte I), la parola è presente anche in altri dialetti, per esempio in quelli veneti e trentini (betòniga, betònegabetòngja, botòngjabetònegia …), o in lingua ladina (bartònegabetònega).

Ma è anche una parola italiana: basta scorrere qualche vocabolario (anche di quelli disponibili in rete, e persino Wikipedia) per trovare che Betonica, o Bettonica o anche Vettonica, è la Stachys officinalis,una pianta erbacea officinale della famiglia delle Labiate che probabilmente, presso i Romani, prese il nome dai Bettones e Vettones, una popolazione della Lusitania (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, 25, 46). Dalla sua ampia diffusione e dai suoi numerosi impieghi nella medicina popolare derivano alcuni modi di dire, per esempio essere come la betonica: essere sempre in mezzo, detto di una persona che s’incontra dappertutto o che si occupa di moltissime cose, quindi anche di un ficcanaso, un maneggione, o uno che ha sempre da criticare. Sia in lingua, sia in dialetto.

Posso anche capire l’orgoglio bustocco, ma andiamoci piano nell’attribuire a Busto primati che non ha …

E permettimi anche di ricordarti che giocare non si scrive giugò, bensì giügá (sempre citando Giavini e gli scrittori canonici bustocchi), anche se la finale ha un suono che tende alla o: tende, ma non è, né foneticamente né grammaticalmente. Nell’alfabeto fonetico internazionale ci sarà il simbolo per indicare questo suono, ma si tratta di un metodo per specialisti, non per ‘normali’ lettori (e scrittori): quindi accontentiamoci di una á, diversa da à.

Queste libertà (come bròa tusa invece di bráa tusa eccetera; o come grembiulén, questo sì inventato, perché si dice e si è sempre detto scussá – scussaén; o come fò in cò, che si potrebbe fraintendere per “fare in testa” invece di fá incö,cioè “fare oggi”; ote s’è’n mamalùcu invece di te sé ’n mamalücu) non giovano alla conoscenza e alla diffusione del dialetto, perché generano confusione sulla grafia: senza una scrittura scientificamente valida, riconosciuta, condivisa e rispettata, invece di dare insegnamenti e suggerimenti si scoraggia chi vorrebbe migliorare la sua conoscenza del dialetto o semplicemente leggere testi dialettali per diletto.

Altrettanto dicasi per la grammatica e le sue implicazioni ortografiche. Nell’editoriale dell’11 giugno, per esempio, hai scritto t’è ghè i ginogi pèai e làa màasi, invece di te gh’hé i ginögi peái e l’ha da maási. E anche qui soccorre Luigi Giavini: oltre che col dizionario, con la grammatica Al lissi al füssi al sissi.

Cordialmente

Mario Colombo (Pelágia)

 

 

Caro Mario

le tue precisazioni mi confortano e mi fanno piacere. Tuttavia, continuo sulla mia strada, il successo delle mie pubblicazioni, ancorché passibili di critica, non hanno la velleità di insegnare la corretta dizione del nostro dialetto. Segnalano unicamente la BUSTOCCHITÀ nuda e cruda e vogliono tenere viva una parlata quasi dimenticata. Ben vengano le tue correzioni forbite. Tra te e me, vediamo di non far morire il nostro dialetto, anche perché le pubblicazioni che hai citato sono appannaggio di pochi “eletti”, mentre i miei modesti e imperfetti scritti sono in possesso di una larghissima rappresentanza cittadina. Lo dicono i numeri dei libri venduti. Con altrettanta cordialità,

Gianluigi Marcora

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