LA TRASFERTA CHE VALE UNA STAGIONE
Pro Patria, il bianco e il blu: orgoglio e invidia

Fra straordinari trionfi e ordinarie delusioni: la storia della Pro Patria si appresta a vivere un'altra pagina chiave. Al giornalista Silvio Peron, esperto conoscitore delle vicende biancoblù, il compito di narrarla

Mattia Brazzelli Lualdi

BUSTO ARSIZIO

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Solo chi in questi anni ha vissuto a stretto contatto con la Pro Patria può capire e comprendere come il popolo biancoblù, pronto ad invadere in massa Mazzano, stia vivendo le ore che precedono la trasferta chiave della stagione. Ed è proprio per questo motivo che, a due vittorie dal ritorno in serie C dei tigrotti, abbiamo chiesto al giornalista Silvio Peron, esperto conoscitore delle vicende biancoblù di quest’ultimo ventennio, un suo tocco di penna per descrivere, pardon narrare, un altro capitolo dell’epopea tigrotta 

Chi non salta un tigrotto è…”. Parodia di reminiscenze lontane e vicine, nel senso di un luogo in cui quel saltello, durato un amen, è avvenuto. Ci sta se non fosse che siamo alla vigilia di una partita che non può essere uguale alle altre e ci sta se fosse che la capriola è coincisa con il vantaggio della rivale più titolata della Pro Patria, ossia il Rezzato. Ci sta anche di dissentire, civilmente, per amore e non per forza di questi colori, il bianco e il blu, che suscitano orgoglio e invidia. Sentimenti agli antipodi che pure, inspiegabilmente, albergano nei paladini dell’avrei potuto, ma non ho voluto. E invece la Pro, nel suo insieme, divide il buon grano dalla gramigna, facendo germogliare il senso di appartenenza, quello vero e incondizionato che accompagna la centenaria storia del club bustocco.

Storia di straordinari trionfi e di ordinarie delusioni, l’ultima in quel playoff di Mazzano, dove i bresciani hanno messo sotto una squadra scarica. Altri tempi, diversi non solo per la posta in palio. Il ritorno nella pianura bresciana stavolta ha un senso, nella speranza di una rivincita. Dicono, a ragione, che il calcio toglie e dà in un’alternanza non scontata, ma possibile. E questa volta i contorni della missione possibile ci sono. L’adrenalina accumulata dai risultati sul campo amico e da quello nemico, a dispetto della norma, è un carburante che può gonfiare i polpacci, liberare la testa e aiutare la concentrazione.

Bisognerebbe allertare il 115 per spegnere il fuoco che dilaga in una tifoseria troppo spesso bastonata beffardamente dal destino, ma l’incendio serve anche per bruciare le scorie di un passato con cui bisogna fare i conti. E serve anche per bruciare le streghe, mandare al diavolo le loro pozioni con cui hanno fatto la fattura – non quella che in certi casi ci sarebbe voluta – a questa Pro Patria che sembra spesso scontrarsi con l’occulto. Ma non è detto che questa volta sia diverso. I segnali sono incoraggianti: il Rezzato che inciampa, i bustocchi che trionfano quando il romanzo del campionato pareva aver già voltato l’ultima pagina. Invece no. Ci sono ancora due capitoli da leggere per scoprire come andrà a finire.

Il tecnico Ivan Javorcic ha il compito di tener su la carica emotiva senza scollinare oltre il limite, evitando un precipizio che potrebbe bloccare le gambe e affardellare il cervello. Equilibrio, please, dentro e attorno a un gruppo che sente il peso della responsabilità e che ha sempre onorato la maglia. Un gruppo che, fin qui, ha perso solo tre volte, ha una difesa d’acciaio e un attacco non atomico, ma sufficiente.

Basterà per tornare da Ciliverghe con il gerlo colmo? Bella domanda. Le premesse inducono a un cauto ottimismo, la realtà consiglia prudenza. Anche se, per una volta, la scaramanzia può davvero andare a quel paese.

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