Per (ri)lanciare il “saper fare” italiano
Il professor Fernando Alberti della Liuc in cabina di regia

Al via il Cluster nazionale del Made in Italy

Luciano Landoni

castellanza

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Il “made in Italy” ha trovato una regia e un regista. Genialità, creatività, capacità di improvvisazione, senso del bello e buon gusto: di tutto e di più, il “saper fare” italiano è tante cose, tantissime sensazioni, molteplici sensibilità; quello che continua a mancare è una visione organizzata d’insieme al cui interno valorizzare al massimo le nostre straordinarie individualità imprenditoriali. Dal 12 dicembre scorso questo “rischio” è diventato un po’ meno rischioso, e il cosiddetto “gioco di squadra” un po’ più facile. In quella data si è infatti insediato il Consiglio di amministrazione del nuovo Cluster nazionale del Made in Italy, che riunisce al suo interno le Associazioni confindustriali nazionali della moda, della pelletteria e degli accessori, del calzaturiero, del legno-arredo design e dell’occhialeria, le Associazioni nazionali artigiane, 11 Centri di ricerca nazionali e 16 Università.

La LIUC-Università Cattaneo  è socio fondatore del Cluster. Il Professor Fernando G. Alberti, direttore del Centro sull’Imprenditorialità e la Competitività della LIUC Business School, nominato nel Consiglio di amministrazione del Cluster, è stato dallo stesso delegato alla definizione del “piano strategico triennale a livello nazionale per tutto il made in Italy”.

Coordinerà un gruppo di lavoro che comprenderà alcuni consiglieri, accademici, stakeholders istituzionali e imprenditori.

Una funzione strategica e di grande responsabilità, quella di Fernando Alberti. Un compito decisamente complesso e, nello stesso tempo, di importanza cruciale per (ri)scatenare la ripresa. Il Professor Alberti conosce le aziende da vicino, le frequenta ed è capace di cogliere le esigenze più sentite degli imprenditori. In un’intervista che ci ha concesso tempo fa ha inquadrato in termini chiari il “problema dei problemi”, vale a dire lo “spettro” del declino che da troppo tempo incombe sull’intero sistema Italia. Riproduciamo un breve (e significativo) stralcio di quella stessa intervista.

Siamo condannati al declino?

“Non necessariamente. L’importante è riuscire a superare una volta per tutte quella che potremmo definire la ‘sindrome del tartufo’, per usare un’immagine retorica”.

Scusi, cos’è la “sindrome del tartufo”?

“Ha presente quando si cercano i tartufi? Ogni qualvolta se ne trova uno è come se si fosse verificato un qualcosa di eccezionale, di straordinario. Non a caso il tartufo ha un valore estremamente elevato, derivante dalla sua quasi unicità. In realtà, esistono precise condizioni chimiche del terreno e climatiche che favoriscono la formazione del tartufo stesso. Nulla di particolarmente straordinario, quindi. La stessa cosa, in Italia, succede per le imprese. Creare un’impresa non deve essere una cosa eccezionale, miracolosa. Si tratta, semplicemente, di favorire e mantenere le condizioni di contesto adatte affinché la ‘nascita’ avvenga con naturalezza e senza particolari traumi. In Italia, simili condizioni fanno fatica a sussistere. Ѐ anche un problema di carenza di cultura d’impresa”. Più chiaro di così!

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