Commercianti italiani e cinesi
Qualcosa va rivisto…

Ho letto le dichiarazioni sia dell'attuale Presidente di ASCOM, Rudy Collini sia quelle di Matteo Bianchi e di Paola Reguzzoni in merito ai negozi aperti dai cinesi in città. Con attenzione ho pure letto le riflessioni (e le valutazioni) dell'ex Presidente ASCOM, Romeo Mazzucchelli che per 21 anni ha "tenuto le redini" della categoria...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Ho letto le dichiarazioni sia dell’attuale Presidente di ASCOM, Rudy Collini sia quelle di Matteo Bianchi e di Paola Reguzzoni in merito ai negozi aperti dai cinesi in città. Con attenzione ho pure letto le riflessioni (e le valutazioni) dell’ex Presidente ASCOM, Romeo Mazzucchelli che per 21 anni ha “tenuto le redini” della categoria. Il dibattito può pure arricchirsi della mia personale riflessione che – ben inteso – vuole solo dare un contributo alla discussione e non certo una valutazione di merito.

Chi apre un’attività in Italia deve sottostare alle nostre leggi“. Più che giusto. Ci mancherebbe. Allora, perché si permette ai negozianti cinesi di vendere merce di qualsiasi tipo, senza presentare il “curricola di lavorazione” che invece è obbligatorio per il made in Italy? Qui, si deve tutelare la salute pubblica, non il guadagno. Se il prodotto è “curato” costa di più di un prodotto lavorato senza uno specifico controllo. Si sente dire che certe lavorazioni del made in China non ottemperano agli obblighi che investono le Aziende italiane; così, certi manufatti “non sono sicuri“, mentre lo sono quelli provenienti dal colosso asiatico, ma che hanno il marchio di una Azienda italiana che ne deve garantire  il rispetto delle nostre leggi. Di sicuro, qualcosa va rivisto, se è vero come è vero che certi prodotti portano la dicitura in etichetta “made in…” e qui si spazia dal Vietnam, all’Afghanistan, all’India a ….tutto il nord est asiatico e vengono venduti in Italia come se fossero di fabbricazione nel nostro Paese. Poi si vende una maglietta costata alla fonte (produzione) 3 Euro, al prezzo di 70-80 Euro. E’ lecito tutto ciò? Direi di no!

Non va bene che un cinese tenga aperto un negozio per tre anni godendo di esenzioni fiscali, poi lo chiuda per aprirlo sotto un altro nome” – no che non va bene. Qui, tuttavia, la colpa non è del cinese, ma è di una politica erronea dell’Italia. Basta mettere dei vincoli. Semmai, l’esenzione fiscale, il cinese la deve ottenere dopo i tre anni di “apprendistato” e non al momento dell’apertura del negozio.

Sulla disparità dei prezzi applicati dai negozi cinesi a quelli nostrani, c’è molto da dire. Non tutto è dannoso, è questione di mentalità. C’è chi preferire guadagnare sulla quantità venduta a prezzi decenti e chi preferisce guadagnare sulla qualità, a prezzi esorbitanti. Non certo applicando un ricarico mostruoso (come spesso avviene da noi) rispetto a quanto è applicato dai cinesi. Poi (da noi) ci si rifugia sui “saldi” che a volte diventano “impropri” e poco credibili. Il prezzo giusto (lo dice la maggior parte delle persone) è quello applicato durante i saldi; quello applicato in regime ordinario contiene un super guadagno che pochi avventori possono permettersi.

Orari di apertura: i cinesi aprono alle 6.30 mentre i nostri dalle 7.30 alle 8 e magari alle 9. Mi viene in mente lo zio Enea che il suo bar lo apriva alle 6.00 del mattino e alle 8.30 diceva che poteva benissimo abbassare la claire (saracinesca) perché il giusto guadagno della giornata l’aveva già realizzato. Questione di comodità. Del resto c’è pure un proverbio che recita: “le ore del mattino hanno l’oro in bocca” e non è colpa di nessuno se “uno” preferisce riposarsi di più. Del resto “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca“.

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