LA SEMPLICITÀ DELL'INFANZIA
Ricordi di scuola

Quando voglio riappropriarmi di un pezzo di me, innocente, genuino, solare vado a tuffarmi nei ricordi d'infanzia. So che tanta gente accosta ai miei ricordi, i suoi, e ne è felice. Così, anch'io provo soddisfazione nel tirare in ballo la vita da cortile...

Gianluigi Marcora

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Quando voglio riappropriarmi di un pezzo di me, innocente, genuino, solare vado a tuffarmi nei ricordi d’infanzia. So che tanta gente accosta ai miei ricordi, i suoi, e ne è felice. Così, anch’io provo soddisfazione nel tirare in ballo la vita da cortile, la semplicità dell’infanzia, la gioiosità d’un tempo che ai più sembra irreale, ma a chi ha ricordi da ricordare, è evidente.

Alle Elementari (scuole Ezio Crespi, via Maino Busto Arsizio) si andava a piedi. Alla buonora, il vociare dei ragazzi era garrulo e festoso e prima del trillo della campanella che “ordinava” di entrare nella scuola, ci si rincorreva per sbriciolare l’adrenalina incombente. Noi però – tutti insieme – si aspettava l’arrivo del nostro compagno di classe, Gabotti Anselmo. Lui aveva peculiarità che nessuno di noi possedeva. Primo, lui arrivava a scuola sopra una Mercedes nera dotata di autista in livrea, con mamma seduta sul sedile accanto al guidatore. Anselmo era seduto dietro, al posto principale dove di solito siedono gli ospiti, le persone che hanno titolo o addirittura i capi di qualcosa. Era l’unica vettura nei paraggi. Non ce n’erano altre!

Già il nome Anselmo era per tutti noi inusuale… .Gabotti, poi. Però non facevamo caso. A noi premeva vedere Anselmo scendere dalla vettura, non prima d’aver assistito alla “cerimonia” inscenata dall’autista. Lui, l’autista, scendeva dal posto di guida, si assestava la giacca e il cappello, con un incedere deciso, ma non proprio in stile militaresco, si spostava dalla parte del passeggero, apriva la portiera a Madame, poi si portava alla portiera posteriore della vettura e sull’attenti attendeva che il “signorino” scendesse.

A noi faceva dispiacere vedere che Anselmo non si degnava d’un saluto. E nemmeno voleva che mamma gli tendesse la mano. L’autista restava impalato accanto alla vettura con le portiere ormai chiuse e attendeva l’arrivo della Signora, per riaprirle la portiera e andarsene, dopo che Anselmo, insieme a tutti gli scolari entrassero nell’atrio, prima di raggiungere la propria classe.

Noi ammiravamo la blusa nera sempre pulita e nuova e la raffrontavamo con la nostra, sdrucita. Certo, la nostra blusa era stirata, ma si capiva che era l’unica in dotazione e che le nostre mamme, dopo aver lavato la blusa dei propri ragazzi, la stiravano e per una settimana non c’era verso di cambiarla (non ce l’avevamo). Anselmo, invece aveva la blusa sempre nuova, col colletto bianco inamidato dissimile dal il nostro colletto svolazzante che restava bianco solo per quei pochi minuti del primo giorno della settimana, poi degradava a color bianco avorio, poi bianco cera sino a diventare bianco….. c’era una volta.

Ed ora le due chicche: Anselmo e mamma mostravano l’opulenza, l’eleganza, la ricchezza che a tutti noi sembravano scene da film. La mamma di Anselmo mostrava i capelli nerissimi racchiusi in uno chignon e un viso truccato all’inverosimile: ciglia lunghe e rifatte, fronte spaziosa e levigata, tailleur sempre impeccabile, a volte tutto nero, altre volte d’un rosso scarlatto, altre volte ancora color prugna o cipria o lilla….insomma, una vastità di colori che in casa nostra nemmeno li sognavamo. Sulle labbra di madame, sempre un rossetto a tono con il colore dell’abito e delle unghie laccate …… insomma, una gran bella donna, ma che non avrei mai cambiato per niente al mondo con la bellezza pura e sincera della mia Pierina, dentro un corpo con tutte le curve a posto e la schiena dritta e le mani callose che a volte “assaggiavo” quando mi prendevano i riccioli e li strapazzava per farmi capire la ragione.

E Anselmo? Ecco il “coup de theatre“. Oltre ad essere elegantissimo nei suoi pantaloncini corti che scendevano dalla blusa e le scarpe tirate a lucido e che mostravano calze bianchissime che sapevano di bucato, aveva una capigliatura strana, quasi ridicola che noi “utilizzavamo” per ridere, ma pure per far capire al bimbo che noi non eravamo così….che per giocare bisogna essere liberi, magari un po’ disordinati e che la “etichetta” era ben altra cosa e….. Anselmo subiva.

Com’era la capigliatura? Liscia sulle tempie con una “banana” che avvolgeva l’intera testa sino a scendere sulla nuca. Fatto è che a lui, questo “frutto in testa” non piaceva e si portava a casa lo scherno di tutti noi. Finita la quinta, nessuno più vide Anselmo, la signora con autista e Mercedes e noi ci rammaricammo. Quel “pezzo di me” riserva un’incognita: dov’è finito Anselmo? Sei sempre uno di noi, amico. E grazie per il ricordo che mi hai suscitato.

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