Parole che tornano in mente
Ricordi, usi e costumi…

Parole che tornano in mente. Vita sui ricordi, appoggiata a usi, costumi e tradizioni a Busto Arsizio per... non dimenticare. Ve la ricordate...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Parole che tornano in mente. Vita sui ricordi, appoggiata a usi, costumi e tradizioni a Busto Arsizio per… non dimenticare. Ve la ricordate la “scendra?” oppure la “caisna?” Si somigliavano nella sostanza, ma erano differenti nella forma. La “scendra” è la tipica cenere; il residuo della combustione avvenuta dentro il camino che un tempo esisteva in ogni abitazione. La “caisna” è l’insieme di quanto s’è bruciato nel camino, ma contiene i residui dell’intera combustione. Ad essere precisi (poi qualche “esperto” potrà sempre intervenire a correggere o a puntualizzare), “scendra è il residuo della legna bruciata (i famosi “sciuchèti“, i ceppi d’albero tagliati in piccole dimensioni), mentre la “caisna” è il residuo di tutto ciò che si era buttato sul “foegu” (fuoco): legna, “scaron”, cassette.

Da tenere presente che sia la “scendra” sia la “caisna” non venivano buttate. Le si utilizzavano per concimare fiori e piante e, mentre erano ardenti e bollenti, si immettevano nei primi ferri da stiro che per lo più potevano contare sulla “carbunèla“, residuo dell’utilizzo del carbone. A quei tempi (sì, ma non parliamo di 300 anni fa, ma del primo 900 o giù di lì) le donne avevano addosso “scusaùni” (grembiuli) lunghi sin sotto le caviglie che coprivano i “zucraùni” (zoccoli con la suola di legno e tomaia con tanto di fiocchetto che teneva insieme i due lembi di cuoio). Gli zoccoli venivano usati pure dagli uomini, specie dai contadini quando accudivano gli animali in stalla. Calzature rustiche che indossavano pure i ragazzi per non sciupare le scarpe che avevano un costo superiore agli zoccoli sia per l’acquisto sia per farle suolare, quando appunto la suola, per l’usura, presentava qualche buco.

Diciamola fino in fondo. Non potevi giocare a calcio con i “zucàr” e mettere le scarpe diventava un problema. L’alternativa qual era? O giocavi “in pè’n tera” (a piedi nudi) oppure sfidavi il destino e pregavi il Signore di non farti rompere le scarpe durante il gioco. Non tutti avevano le apposite scarpe da calcio; quelle di cuoio massiccio rinforzato in punta da una lamina di ferro, con le suole difese dai “birò” che oggi chiamano impropriamente tacchetti. Si, impropriamente. I “tacchetti” dovrebbero essere “piccoli tacchi”, ma i “birò” erano (e sono) dislocati sull’intera suola: 4 sulla piantana e 4 nella regione dei tacchi. Visto che abbiamo tirato in ballo i “pè’n tèra” aggiungiamo anche questo: da maggio sino a settembre, i bimbi giocavano proprio a piedi nudi. Dicevano che “sa rinforzan i pè” (si rinforzano i piedi) e i bimbi ci credevano. Inoltre, “sut’al tèlon” (sotto il tallone) si formava un durone che quasi non sentivi un sasso, quando lo calpestavi. Il problema emergeva quando dovevi lavarti “dent’al bagnèn” o “cadèn” (catino) e sentivi la mamma urlare “tia via ùl crocu” (tira via tutto lo sporco) che si era accumulato sotto la pelle indurita. A volte, per farlo, si utilizzava “à spazèta” (spazzola) quella del bucato.

Non ho parlato degli “infortuni” che potevano capitare coi giochi in “pè’n tèra“. Quelli erano all’ordine del giorno. O ci mettevi attenzione e magari colpivi il pallone “da pònta” (punta del piede) oppure andavi di piatto, ma il tiro aveva minore consistenza. Quando andavi allo stadio ad assistere alla partita casalinga della Pro Patria era facile sentir dire “daghi da pònta” oppure il giusto contrario “daghi non da pònta” e qui comprendevi come il giocatore scarso calciava di punta il pallone. Uno bravo colpisce la palla d’esterno, di piatto, di collo pieno, ma mai e poi mai di punta. Diciamolo sottovoce. Allora, le femmine, mai e poi mai giocavano a calcio… tanti altri giochi con la palla, certamente,  ma… mai e poi mai al calcio, ritenuto sport per soli maschi. Quindi, quando un calciatore calciava di punta, lo bollavano col “signorina” o “bòn non” (incapace) o con altri epiteti che non sto qui a ricordare. Vita passata, ricordi, momenti svaniti, ma non dimenticati. Così, per sognare tempi “eroici” che oggi non si sognano più, ma che hanno lasciato vivo l’amore per i sogni, per sognare ancora tanti domani.

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