“GIORNI DELLA MERLA” E SAN BIAGIO
Ricorrenze della Tradizione

Gianluigi Marcora

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Il 31 gennaio è l’ultimo “giorno della merla” e il 3 febbraio si festeggia San Biagio. Anche qui, due “scadenze storiche” per Busto Arsizio e Territorio circostante. Sui “tre giorni” aleggiano storie e panzanighe di ogni specie. Chi la racconta in un modo. Chi la racconta in un altro. So che la “merla” vagava per la campagna e il freddo era tremendamente pungente. Ecco laggiù un “camin che fuma” ed ecco la merla che si rifugia nel pertugio che porta al caldo. Così, il becco, da bianco diventa giallo, ma c’è chi dice che la merla aveva un piumaggio chiaro e che, per effetto della fuliggine, il suo manto piumato divenne nero.
Bella storia, ma pure un pretesto per “ùl dì scènen” (giorno della cena) dove ci si radunava in compagnia per un pasto frugale “fuori le mura” o magari in casa propria, insieme ad amici e parenti vari. Di certo, quei tre giorni (29-30-31 gennaio) rappresentavano il “picco”, il “fulcro”, l’apice del freddo, mentre la campagna “soggiaceva” ai rigori invernali e i campi spogli presentavano uno spettacolo desolante.
Detto così, sembra tutto triste e brullo. In verità, il terreno (pulito dagli “scaròn” stoppie del granoturco) si preparava per la nuova stagione, presentando le sue zolle dure, ghiacciate e a volte coperte di neve. E qui, si diceva che “sotto la neve, pane” nel senso che la neve conserva l’umidità del terreno e aiuta quel ricambio fertile che il contadino conosceva bene. Ovvio che il pensiero va al disastro d’Abruzzo e laggiù non recitano affatto il proverbio “sotto la neve, pane”, ma qui si sta parlando di tradizione bustocca.
I ragazzi di allora scorrazzavano per i campi e il freddo pungente lo si vedeva sulle loro gote rosse e attraverso le mani che si sfregavano l’un l’altra per recepire un po’ di calore. Poi, una partita a pallone della durata (magari) di due-tre ore, serviva a riscaldare corpo e mente e a rifocillare lo spirito che la gioventù permetteva.
Tuffiamoci ora a un’altra “tradizione” bustocca. Il 3 febbraio è San Biagio e “gà gèa a gùta sut’al nasu” e la traduzione è ovvia… a San Biagio gela la goccia sotto il naso… e le mamme si sbizzarrivano a richiamare i bimbi nella normalissima funzione di soffiatura del naso. Già, ma per farlo occorreva “ùl pezò“, vale a dire il fazzoletto. (Ho imparato a chiamare il fazzoletto… fazzoletto, più o meno in età scolare, mentre per tutti, quel pezzo di stoffa quadrato e orlato era “ùl pezò” che si legge alla francese, con simbiosi di “eu” un po’ come Gioeubia).
Quindi? Provate a immaginare come i ragazzi, intenti al gioco, impegnati allo spasimo nella partita a calcio, si pulivano il naso… che poi è più corretto dire soffiarsi il naso. Va beh, sorvoliamo. Solo una precisazione: il naso si puliva con la manica del maglione… gli schizzinosi vedano di comprendere.
Dal “profano” andiamo al “sacro” che, in definitiva, sacro non è, ma fa parte della tradizione. Di buon’ora la mamma preparava “à sporta” (borsa capiente) dove ci metteva di tutto. Non doveva mancare (per nessuna ragione al mondo) “ùl pan d’anàs” (pane all’anice) oltre a riso, pasta, biscotti (specie quelli secchi) e si andava in chiesa. Il prete benediceva le “leccornie” giacenti nella sporta e, appena a casa, la mamma obbligava tutti a “benedire la gola“. Chi non l’avesse fatto, per tanto tempo avrebbe patito il mal di gola.
E bisognava stare attenti a non far cadere i “fregùi” per terra (le briciole). Si trattava di “roba” benedetta e occorreva fare come il prete quando mette nel calice i “resti” dell’ostia consacrata.
Vuoi per la fame di allora, vuoi per il consiglio di mamma, per terra, da “fregùi” non ne cadevano.
Non è certo finita qui, la tradizione di San Biagio. I papà portavano in chiesa “à biòa” (la biada, il fieno), qualche cima di rapa, la segale, “ùl mangiò pài pùi” (il becchime per polli e galline) e anch’essi dovevano benedire la gola, altrimenti succedeva… un’ecatombe di animali.
Terminiamo il pezzo con un altro detto… detto in queste date… di luce ce n’era “un’ùa bòna” per dire che le giornate si erano allungate di un’ora buona, cioè abbondante e le tenebre delle giornate corte sino al 13 dicembre “dì dà’a Santa Luzia” (giorno di Santa Lucia), giorno più corto che ci sia, si diradavano e vinceva la luce.

 

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