Rinfrescata di detti bustocchi

Stupore: trovo un amico dopo "una vita". Prima delle parole, un abbraccio. Rughe che si confrontano, anni che ci hanno "castigato" e tenuti a battesimo. C'è emozione e un "nodo in gola" per entrambi. Lo vedo. Lo avverto. Nessuno sa trattenere la gioia con la nostalgia...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Stupore: trovo un amico dopo “una vita“. Prima delle parole, un abbraccio. Rughe che si confrontano, anni che ci hanno “castigato” e tenuti a battesimo. C’è emozione e un “nodo in gola” per entrambi. Lo vedo. Lo avverto. Nessuno sa trattenere la gioia con la nostalgia. E nemmeno ci si sofferma sui silenzi, sulle ragioni di vita che un giorno ci univano, poi d’improvviso, il silenzio. Non voluto. Nemmeno auspicato. Solo che non ci si è più cercati o parlato. Tuttavia e semplicemente, non ci si è più sentiti. Fa lui: “ma te’stè” con quel timbro tipicamente Bustocco che è impossibile da imitare. “bèn…e ti?” ma si vede che è solo un “pour parler“, prima di addentrarci nel dialogo. I sorrisi sono buoni. Entrambi stiamo in quella fase quasi in penombra, dove non è possibile barare col sentimento, ma nemmeno utilizzare la pia retorica, quando si incontra un amico… davvero amico.

Poi lui fa “la’à ben, candu ghe i pè fòa dul leciu” e io che mi ero scordato un’espressione simile, lo ringrazio anche per avermela suscitata in un battibaleno. L’espressione è tipica di una “bustocchità” quasi ancestrale, dove era quasi una “colpa” ammalarsi o rimanere a poltrire a letto. Traduzione: “va bene, quando ci sono i piedi fuori dal letto” che vuol pure significare “fuori dalle coperte” ma pure “in attività“. Lo ringrazio per questa “rinfrescata” di detti Bustocchi e vado oltre con quella battuta. Un tempo, ci si alzava presto. O per lavoro, o per andare a scuola o (magari) per giocare. La giornata la si doveva vivere interamente per tutto  il resto della giornata. E chi trasgrediva o faceva il pigrone, si sentiva dire (come più volte mi diceva la mia Pierina) ” te a stò in leciu sin’a candu ul diàval al t’à picena’l cù?” (devi stare a letto sino a quando il diavolo ti pizzica il sedere?) e non c’era verso di stare al calduccio, magari per un’altra ora di sonno o per godere (specie in inverno) del tepore sotto le coperte.

La Pierina era pure intransigente. A volte col mio consenso, a volte… senza. Di domenica mattina dovevo andare a “messa prima” (inizio ore 6.15): quella che celebrava solitamente don Enea nella chiesetta intitolata a San Giuseppe chiamata semplicemente “a gèsa dùu’spedà” (la chiesa dell’Ospedale). C’ è poi un aneddoto (che è un fatto acclarato) che mi coinvolge in maniera drastica e inconfutabile. E che è pubblicato nel libro dedicato alla Parrocchia di San Giuseppe (da chiesetta dell’Ospedale a Parrocchia, che carriera).

Forse interesserà a nessuno, ma è vita, quindi lo racconto, anche per confermare quanto la professoressa Limenta ha scritto nel libro. Era il 19 marzo 1957 quindi avevo quasi 11 anni  (sono nato il 26 giugno 1946) e da buon “ciaghetu” (chierichetto) ero pronto,  in “divisa” (veste nera e cotta bianca) in sacrestia ad aspettare don Enea che dal confessionale salisse per indossare i paramenti. Cinque minuti prima delle 6.15 don Enea Guazzoni mi passa davanti, mi dà un buffetto cordiale e sorride bonariamente e va diretto in casa, invece di soffermarsi in sacrestia per la vestizione. Resto impalato ad attenderlo e con tanta meraviglia vedo che passano almeno 5 minuti e il sacerdote non arriva.

Di solito, la puntualità per la Messa è quasi d’obbligo per tutti; quindi non mi capacito del ritardo. Di lì a poco si apre la porta che dalla sacrestia conduce all’alloggio del prete e balza fuori la “perpetua” e le vedo gli occhi sgranati e sento la sua voce allarmata. Non c’è tempo per chiederle il motivo. Del resto, sono un bambino e oltre ad avvertire che qualcosa è andato storno, non so immaginare altro. Urla la “perpetua”  (mi perdonerà per non ricordarmi il nome, nda): “corri a chiamare un dottore. Don Enea si sente male”. Come ho già detto, la Chiesa intitolata a San Giuseppe è attigua all’Ospedale e quando il Nosocomio venne eretto, gli si affiancò la chiesetta con il preciso compito di accogliere gli ammalati prima di un intervento chirurgico, ma pure per battezzare i bimbi nati, senza creare disagi alle puerpere e ai bimbi stessi.

Corsi a perdifiato in Ospedale e trovai subito un medico. Che presi per mano, quasi trascinandolo e gli urlai di far presto, don Enea stava male. Poi non assistetti alla visita. Ebbi solo l’incarico di andare sull’altare e informare i convenuti che don Enea era deceduto. Proprio il giorno di San Giuseppe, nella chiesa San Giuseppe. Quando raccontai all’amico quel “fatto di vita” ricordammo insieme quel lontano mattino. Poi cominciammo coi… ti ricordi? e passammo la giornata a rivivere momenti quasi scordati di gioventù.

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