Riprendiamo un discorso…

Il motivo è semplice: lo si approfondisce, visto che a discorrere in Dialetto Bustocco sono rimasti in pochi. E Giuseppino si cruccia; si intenerisce; si immalinconisce: quindi è necessario scuoterlo. Ed io (modestamente) conosco il suo "punto debole"...

Gianluigi Marcora

BUSTO ARSIZIO

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Dicevano i Latini: “repetita iuvant“. Stavolta, col Giuseppino, riprendiamo un discorso già fatto. Il motivo è semplice: lo si approfondisce, visto che a discorrere in Dialetto Bustocco sono rimasti in pochi. E Giuseppino si cruccia; si intenerisce; si immalinconisce: quindi è necessario scuoterlo. Ed io (modestamente) conosco il suo “punto debole“. Che, in sintesi, quel “punto” è solo in apparenza “debole” e rappresenta la vera “forza” di Giuseppino, per via delle sue spiegazioni, colme di saggezza e di semplicità.

Attacca, Giuseppino col “mùuon al fà non ù uga” (il gelso non produce uva). Bisogna ricordare che già i Liguri, quando scoprirono questa terra arida e non adatta all’agricoltura, impararono dai comaschi l’arte dell’allevamento del baco da seta. Quindi ci fu la piantumazione dei gelsi, “materia prima” per l’allevamento dei bachi da seta che si nutrivano proprio da quella pianta.

C’è tuttavia il “risvolto morale” della frase. Siccome dal “mùuon” non si ricava l’uva è come dire che da una “testa bacata” non si ricavano ragionamenti credibili e si impara quasi nulla da costoro. In una semplice discussione, quando “uno” non ammette il proprio torto anche di fronte all’evidenza gli si risponde proprio con lo “stai attento; i gelsi non producono uva“. Anche per un altro motivo di facile riscontro: i grappoli coi relativi acini del gelso, sono dissimili dai grappoli coi relativi acini della vite.

Già che ci siamo, Giuseppino va a ripescare… un’abitudine dei tempi passati, con terminologia analoga al “mùuon“, vale a dire, la “mùua” e (udite udite) la “ùua“. Ed ecco la traduzione con la relativa spiegazione.

La “mùua” sostanzialmente era la cosiddetta, moderna paghetta. Genitori e nonni, di domenica, prima che il figlioletto o il nipote andava all’Oratorio, lo si dotava di quanto era necessario per un gelato, una gazzosa con relativa “strenga” (stringa di liquirizia), “faìna di machi” (farina di castagne) e ingresso al Cinema. Ai miei tempi, (si e no) 50 lire su cui risparmiarci sopra per una “scurtioea” (scorta a avanzo di cassa) da utilizzare (magari) per due bustine di “figuitti” (figurine) o l’acquisto dei “bugetti” (biglie di vetro o di terracotta.

Io, di nonni, non ne avevo (l’unica che mi ha preso in braccio è deceduta quando avevo 5 mesi), ma in famiglia c’era lo zio Giannino. Che, “di straforo” da mamma e babbo, mi allungava (non sempre) un altro 50 lire, ammiccando gioiosamente per compiacenza. Molte volte aggiungeva pure un invito a risparmiare qualcosa e di metterlo nella rudimentale “cassettina di compensato” costruita da papà… per eventuali imprevisti di spesa.

Tassativamente, non si dovevano chiedere prestiti e nemmeno lasciare in sospeso dal bottegaio, un conto da liquidare… dopo. O si avevano i soldi per ogni acquisto, altrimenti si rinunciava alla spesa. E siamo all’ “ùua“, sperando che il Lettore sia giunto sin qui, per via di una terminologia di parole vecchie che un buon Bustocco deve necessariamente conoscere.

La “ùua” è quella specie di lanuggine che si forma durante la lavorazione del telaio. La “navetta” contiene la “spòa” (spola) e conduce il filo nella trama, cesellando col velocissimo andirivieni, il tessuto. Quel filo lascia sempre qualche strascico e a lavorazione finita, l’operatrice doveva pulire il telaio dalla… “ùua” che il filato aveva  creato.

Bello vedere Giuseppino sorridere, attraverso gli occhietti furbi. Poi, Giuseppino si lascia andare in una risata cristallina che mostra il gradimento della spiegazione. “Tegn dùu cunt’ul Bustoccu” pare ammonire: “Tieni duro col Dialetto Bustocco“. Ed io rispondo… col mio sorriso di assenso. Ciau Giusepèn!

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