La LIUC-Business School riunisce testimoni d’eccellenza per “capire” il futuro
Io Robot? Oppure no? Meglio: Io Uomo, “mente d’opera”!

L’unica certezza è che il futuro sarà diverso dal passato. Inquietante e stimolante nello stesso tempo

Luciano Landoni

CASTELLANZA

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L’unica certezza è che il futuro sarà diverso dal passato. Inquietante e stimolante nello stesso tempo. La LIUC Business School, davanti ad una platea estremamente qualificata di quasi 400 imprenditori, manager e dirigenti d’azienda che hanno gremito l’aula magna “Camillo Bussolati” dell’ateneo, nel corso del convegno intitolato significativamente “Jobless o total job society? Quali spazi per l’azione umana?”, ha preso di petto la questione avvalendosi delle autorevoli testimonianze di Andrea Lovato (Ceo Tenova), Giovanni Martinengo (Head of Group Organizational Development & Ict Erg), Giorgio Ferrandino (Ceo Sew-Eurodrive), Marco Mossuto (Human Resources Director Lindt & Sprungli), Gianluca Colonna (Managing Director di Rosenthal GmbH), Silvia Parmigiani (Founder e Ceo di Tessa), Maurizio Amato (Ceo ViiV Healthcare Italia) e Riccardo Cristadoro (Head of the Emering Markets and International Trade Division di Banca d’Italia).

Regista dell’incontro il Professor Raffaele Secchi direttore della LIUC Business School. I ritmi di cambiamento che stanno letteralmente sconvolgendo i mercati e, più in generale, l’intera società, modificando profondamente abitudini di consumo, sistemi di produzione e organizzazione del lavoro, sono sempre più intensi e si succedono con una frequenza impressionante.

Partendo da questo presupposto e dall’impatto – molto spesso letteralmente distruttivo, nel senso del cambiamento radicale di paradigmi produttivi, lavorativi e conseguentemente comportamentali – che le nuove tecnologie digitali stanno avendo sull’intero sistema economico-sociale (Industria 4.0, robotizzazione spinta, stampanti 3D, big data, realtà aumentata), Secchi si è chiesto e ha chiesto ai presenti “quanto” spazio avrà ancora il “capitale umano”.

“In certi ambiti produttivi, tipo quelli della Shell e della General Electric, – ha detto – è un algoritmo che sceglie e colloca le persone all’interno della fabbrica”. La crescente robotizzazione/automazione sottrarrà o incrementerà i posti di lavoro? “Di recente, in un supermercato a Edimburgo, è stato licenziato il primo robot. Motivazione: non riusciva a soddisfare le aspettative della clientela, anzi, in molti casi spaventava i clienti”, ha precisato Raffaele Secchi.

“La corrente di pensiero pessimistica – ha aggiunto subito dopo – prevede grandi criticità: imprese che saranno costrette a chiudere e la perdita di almeno 5 milioni di posti di lavoro in Europa entro il 2025. La corrente ottimistica, viceversa, rileva come dagli anni ’70 ad oggi i computer abbiano creato quasi 16 milioni di nuovi posti di lavoro. Per non parlare delle nuove opportunità di mercato create dalle nuove tecnologie: l’introduzione della catena di montaggio nel settore automobilistico ha incrementato significativamente la produttività determinando un aumento del numero di auto vendute e di conseguenza un aumento dei profitti delle case produttrici che hanno assunto altri lavoratori”.

Insomma, l’unica cosa “sicura” che si può dire, citando Voltaire, e che “Il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola!”. Conviene, quindi, interrogarsi e, attraverso un processo (quasi)di maieutica socratica, estrarre dalle esperienze di ciascuno dei “tentativi di risposta”. In quali ambiti si potrà sviluppare il “capitale umano”? Il direttore della LIUC-Business School ha individuato alcune figure professionali del 3° Millennio: architetti dei nuovi sistemi tecnologico-organizzativi, tecnici integratori.

In ogni caso, la madre di tutte le domande è riassumibile in sei parole: che ruolo avrà il capitale umano? “Il rischio – ha cercato di rispondere Secchi – è quello di  avere un ruolo residuale. Il lavoro non è una semplice somma di competenze da distribuire fra uomo e macchina; è un ambito di creatività, una vera e propria tensione verso il risultato. Tutto questo presuppone nuove competenze: sociali, di leadership (guidare le persone), di produzione di idee originali, di coordinamento”.

Entro il 2030 fra i 75 e i 375 milioni di persone cambieranno il loro lavoro. “Statisticamente – ha sostenuto Secchi citando Pennac tutto si spiega, personalmente tutto si complica”. E ancora: cosa si dovrà fare per promuovere un impatto positivo delle tecnologie? Cosa potranno/dovranno fare le aziende? Cosa potranno/dovranno fare le istituzioni? In Italia solo il 29% della forza lavoro ha competenze digitali (la media UE è uguale al 37%).

“Intendiamoci, il digital divide – ha osservato Secchi – coinvolge anche gli imprenditori, i dirigenti”. “Suggerisco a tutti di abbracciare la logica del TFO. Vale a dire: Trattamento Formativo Obbligatorio”. I manager e gli amministratori delegati che hanno portato la loro diretta testimonianza hanno sostanzialmente confermato le sollecitazioni formulate dal direttore della LIUC-Business School, ognuno fornendo degli interessanti elementi di ulteriore riflessione.

“Grazie al digitale si può dire che lavoriamo tutti i giorni a contatto con i nostri clienti, senza più doverli visitare fisicamente. L’offerta dei servizi si è de materializzata. Tutto questo presuppone l’acquisizione di nuove competenze e il connubio delle competenze stesse. E’ fondamentale la collaborazione con i clienti e con i fornitori, occorre condividere il know how”, ha detto Andrea Lovato.

“In questi ultimi 5/6 anni abbiamo cambiato tutto al nostro interno. Le persone lavorano in modo molto diverso rispetto al passato recente e l’evoluzione delle nuove tecnologie è spintissima”, gli ha fatto eco Giovanni Martinengo.

“In un contesto di grande incertezza, guai a stare fermi! Bisogna saper decidere in fretta e, ancora più velocemente, nel caso di errore, cambiare!”, ha precisato Lovato.

“Innovare/cambiare deve essere un’opportunità e non una condanna per le persone. Si deve passare dalla fase del ‘dover fare qualcosa’ a quella del ‘voler fare qualcosa’ attraverso la crescente responsabilizzazione del collaboratore. Il meccanismo: ordino e tu esegui è definitivamente tramontato”, ha sostenuto Giorgio Ferrandino. “Quello che dobbiamo riuscire a trasmettere è questo messaggio: cambiare per migliorare, mediante un’organizzazione snella. In questo senso, riveste un’importanza crescente la visione che è il ‘come’, mentre la mission diventa il ‘perché’ fare qualcosa”, ha commentato Marco Mossuto.

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