Buon 2018
Saggezza bustocca di fine anno

Un proverbio che letteralmente dice “chi la misura, dura” che è un po’ come dire “chi è oculato sa far durare” ed è riferito al denaro, alle suppellettili, a ciò che si ha o che si deve tenere caro...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

Pubblicato il:

Stampa questo articolo

Saggezza bustocca: “chi lù misùa lù dùa” ed è un proverbio che letteralmente dice “chi la misura, dura” che è un po’ come dire “chi è oculato sa far durare” ed è riferito al denaro, alle suppellettili, a ciò che si ha o che si deve tenere caro. In una sola e piccola frase c’è una saggezza estrema, da applicarsi in speciale modo nei momenti in cui occorre “tenere da conto” che equivale a dire… risparmiare. Il proverbio offre l’effetto di una situazione antica, dove i “ciòr da lùna” erano frequenti. Questi “chiari di luna” non erano destinati a una poesia o a qualcosa di romantico, ma stabilivano nettamente momenti di crisi (o di miseria) che colpivano l’intera comunità contadina di allora. Ѐ proprio in quei momenti che i genitori di allora insegnavano ai figli come risparmiare. Il risparmio era dovuto alla necessità. Di spreco, neanche a parlarne e di acquisti futili e inutili dovevi “levarteli dalla testa” prima ancora di proporli.

Ricordo che tra ragazzi, quando si voleva giocare a calcio occorreva pensare prima di tutto al pallone. E’ banale, lo so, ma è per chiarire cosa ci si inventava allora per dare sfogo alla nostra voglia matta di passare il tempo come tanto ci piaceva: la partita a calcio. Anche per il fatto che il “furbòl” dall’inglese football e per la “lingua” calcio, quel gioco era il meno costoso per noi e, in alternativa c’era il ciclismo e per gli adulti, il gioco delle bocce. Parlare di sci o di tennis o di ippica o di nuoto era un’impresa. Gli altri sport, nemmeno li conoscevamo. Tutta roba da ricchi sia per l’abbigliamento sia per la loro pratica; quindi tutti a giocare al “furbòl” (calcio) e tutti a correre in bicicletta.

Allora ci si tassava per avere un pallone “come dio comanda“. Non ci si poteva limitare alle palle di gomma che non rendevano l’effetto calcio… ad alto livello come si vedeva al campo la Pro Patria col pallone di cuoio. Poi, appena arrivata la TV si vedeva che il gioco del calcio esigeva il pallone di cuoio. Da notare che quel pallone aveva le strisce di cuoio e una striscia scucita per farci passare la camera d’aria e la stringa per chiudere e non come gli attuali palloni che hanno tutto incorporato. Quindi, un escamotage inventato dal bisogno era: andare in giro a cercare ferro e alluminio, le bottiglie intatte abbandonate e talvolta anche gli stracci che ogni buona mamma, dopo averli “salassati” dava ai pargoli per “sa te à duòi da fò?” (cosa devi utilizzarli per fare?) e rispondevi che il ricavato della vendita allo “strascè” (straccivendolo – cenciaiolo) di tutta la mercanzia raccolta (raccattata) in giro ti faceva incassare il giusto per acquistare un pallone dalla Surano Sport (unico negozio in Busto Arsizio dotato di tutto il dovuto per ogni pratica sportiva).

A questo punto, anche la partita di calcio, al campetto di via Cremona (ora c’è un condominio) aveva un “senso di professionalità” e noi ragazzi ci sbizzarrivamo in interminabili partite (minimo due o tre ora con un punteggio sui 13-14 con qualche reiterato commento su “quello non era gol” e “non mi hai dato il rigore” su un fallo sacrosanto o “hai preso il palo“). Si, per un semplice motivo: la porta era segnata da due grossi sassi o dalla latta della salsa enorme che avevi trovato sulla “mòta” (pigna dei rifiuti) e avevi portato a casa. Nelle “partite ufficiali” (quelle giocate con ragazzi di altri rioni), si segnava il campo, con gesso raccolto (oso dire “rubato“) da qualche cantiere edile e si invitava (diciamo obbligava) qualcuno adulto a “fare l’arbitro” e a testimoniare sulla veridicità del gioco. Quando si giocava “tra da nogn” (tra di noi), niente arbitro e “ogni tri cornis un rigui” (ogni tre corner un rigore). Anche qui, ecco l’inglese tradotto in Bustocco: “cornis” per “corner” vale a dire “angolo” quindi, ogni tre angoli, penalty (calcio di rigore). Di fuori gioco o altre regole, nulla.

Bello è che il gioco effettivo era fermato dalle discussioni, anche vivaci, ma nessuno mai litigava e nessuno veniva ammonito e nessuno decretava la auto espulsione dal campo.  Anche nei giochi vigeva il proverbio “chi lù misùa lù dùa” e quel pallone che a turno si portava a casa era un “tesoro da custodire” e doveva essere riposto in un luogo “sacro” per eccellenza. Ognuno sapeva che “a costo della vita” quel pallone lo si doveva difendere a ogni costo, superando pure i rimbrotti di mamma quando minacciava “sa te studi non, da balòn t’en ciapi mia” (se non studi, non ti consegno il pallone) e noi, stoicamente prima della partita, dovevamo studiare.

Intanto BUON ANNO a tutti i Lettori!

Copyright @2017

DALLE RUBRICHE