Saggezza bustocca

Saggezza popolare Bustocca: "tut'i cà in fèi da sassu e gàn tuti ul sò frecassu" (tutte le case sono fatte - costruite, di sasso - mattoni e hanno tutte il loro fracasso). Chiaro che il "frastuono" a cui si allude, vuole dire discussione

Gianluigi Marcora

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Saggezza popolare Bustocca: “tut’i cà in fèi da sassu e gàn tuti ul sò frecassu” (tutte le case sono fatte – costruite, di sasso – mattoni e hanno tutte il loro fracasso). Chiaro che il “frastuono” a cui si allude, vuole dire discussione. E’ inammissibile che in una casa, “uno” ordina e tutti i familiari che compongono la famiglia, eseguono pedissequamente, gli ordini.

E’ quindi lecito, democratico che in ogni casa è necessario il rispetto, prima di tutto. Rispetto gli uni con gli altri, in base al ruolo, ma soprattutto per il fatto che si è persone. Il proverbio, tuttavia va ben oltre il vivere civile. Parla di due verità fondamentali: la prima che ogni casa (tranne le palafitte) ha una solidità ben precisa, mentre la seconda verità è che una qualsiasi discussione deve poter contare su un contraddittorio, altrimenti finisce tutto, si esegue e basta.

Chiaro che la vita di una Società d’epoca è ben diversa dalla vita della Società attuale. Prima, in case di ringhiera, ci si conosceva tutti e soprattutto, ci si aiutava tutti; ora, non solo non si conosce chi abita accanto, magari sullo stesso piano di scale, ma ci si aiuta ….un po’ meno.

Dove sta il “fracasso?” Solitamente ci si dibatteva in problemi di eredità: non solo quella dei beni che la famiglia accumulava, ma pure in problemi di eredità di lavoro che andava ripartito tra madre e figli sotto l’attenta valutazione del padre.

Non esistevano (ad esempio) problemi di condominio. In abitazioni di ringhiera, ciascuno sapeva qual era il proprio posto e ciascuno conosceva i diritti di passaggio (ad esempio) vigenti nel cortile, ma pure per raggiungere i piani rialzati dove erano collocate le camere.

Poi c’erano i “diritti” da mettere in evidenza. Per una famiglia di tre o quattro figli era inconcepibile “saltare” il diritto del fratello maggiore, a favore di quello minore. Quindi, il maggiore si sposava per primo, a cui facevano seguito gli altri, ma sempre in ordine scrupoloso per età. L’eccezione era rappresentata per le femmine: se una sorella era “richiesta” da “un bravo giovane“, la famiglia non stava a guardare l’ordine genealogico, ma preparava la “schirpa” da consegnare in dotazione per la novella sposa. Avrete compreso che la “schirpa” era rappresentata non solo dagli indumenti dovuti alla persona, ma comprendeva le lenzuola, le federe, le tende, le tovaglie, il ricamo ….il necessario per dotare la nuova abitazione, del….. necessario.

Anche gli uomini preparavano la …..schirpa. Non la si chiamava così, ma per il maschio occorreva un completo di ….tutto; dalla biancheria intima (estate-inverno) al ricambio a cui si aggiungevano le camicie, i calzini, le scarpe, il vestito per il “consenso” e il vestito (scrupolosamente nuovo) per il matrimonio. La famiglia dello sposo, offrire l’abito nuziale alla sposa.

Oltre a quel “fracasso” c’era quello più impegnativo: l’educazione. Il papà aveva sempre ragione, la mamma pure…..tutti gli altri, no. Si sentiva spesso dei litigi fra generazioni e spesso e volentieri ci si sposava in “tenera età” (dai 21 ai 25 anni) per andare a formare una nuova famiglia per non dovere sempre “soccombere” alle visioni “antiche” dei genitori.

Ho generalizzato, chiaro, ma in una Società patriarcale, dove le braccia erano necessarie nei campi, si aveva bisogno di gente forte, col “ricambio” a portata di mano e coi figli forti che andavano a prendere il posto dei “nonni” che appena dopo l’età di 50 anni erano diventati vecchi. Il “fracasso” quasi si imponeva per garantire alla famiglia la giusta continuità senza doversi “scoprire” all’evenienza del tempo.  Vita grama, allora. Vita di sacrifici e di rinunce; di aspettative e di speranze, specie quando si aspettava il raccolto nei campi o la vacca che doveva partorire….. quanto “fracasso”.

Poi, festa in cortile, con tutti a partecipare. Tavolata da 30 o 40 persone, con gli schiamazzi dei bimbi, i rimbrotti delle madri, le “lamentele” dei fratelli maggiori, i canti di campagna di padri (e non solo)…..senza tuttavia il “fracassu”. Unicamente gioia.

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