RICORDI E POESIA
San Giusèpu a u Uspedà

Gianluigi Marcora

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Una poesia che mi è tanto cara, parla della chiesetta (ora Parrocchia) di “San Giusèpu a u Uspedà” così come era chiamata sin dalla sua erezione, appunto “San Giuseppe all’Ospedale“, il nosocomio di Busto Arsizio. Lo dico subito: in quella chiesetta ci ho fatto il chierichetto. Mi portava a messa mia madre. E non alle ore “pazze“, ma a “messa prima” per non perdere le ore del giorno; per avere più tempo da vivere nel resto della giornata; per invecchiare adagio, dopo le fatiche di un giorno “speso bene” come diceva lei.

Già…. un giorno “speso bene” voleva dire “avere vissuto“. Non a poltrire sotto le coperte o a “parlare coi pensieri” e a concludere nulla. Vivere magari coi giochi o con le scorribande infantili. Oppure, più avanti, sui libri a imparare la vita invece di subirla. La concezione contadina di mia madre era basata sul “chi ha tempo, non aspetti tempo“. Così ho imparato a “far presto“, a vivere “presto“, a lasciare indietro ammennicoli di pretesti che non mi avrebbero giovato per la vita futura.

A pensarci bene, quel  “far presto” non mi consentiva di avere recriminazioni e nemmeno di ravvedermi per gli errori commessi. Tanto, a sbagliare si fa presto, ma si deve far ….”più presto” (lo so che non si dice, ma lo diceva lei, saggia, passionale, irruente, meticolosa e scrupolosa, tal era la mia Pierina) a correggerci, con un veloce ripensamento.

San Giuseppe era pure la mia “casa”. Non da solo, ma con Oliviero, Fernando, Antonio, compagni di “sòca” (la veste nera che ci appioppavano per servire messa, su cui scendeva una bianchissima tonaca) che con me giocavano nello stupendo giardino dell’Ospedale. Messa prima (inizio ore 6.00 precise, con alzate alle 5.00 per “metàs a postu” cioè svegliarsi, lavarsi e vestirsi, prima di uscire da casa), poi a piedi in chiesa.

Don Enea Guazzoni (dopo don Valentino e prima di don Giuseppe Ravazzani) ci aspettava. Noi, ligi a sentire quel latino simile a una filastrocca e talvolta a tradurlo in ..Bustocco, magari in maniera irriverente, ma non blasfema. Poi, via da suor Idelfonsa, una suora cuciniera (più larga che alta) che ci dava la colazione delle infermiere (cioè, noi unici maschietti, dentro il refettorio delle infermiere). Poi via coi  giochi, nello spazio infinito di una radura che somigliava a una pampas argentina. L’Ospedale di Busto Arsizio era tutto “nostro” coi giochi sfrenati sopra siepi rigogliose o sopra alberi immensi che toccavano il cielo.

A mezzogiorno (le mamme lo sapevano) si andava di corsa a casa, per far ritorno all’Ospedale (quasi) di primo pomeriggio per ….nuovi giochi, nuove scorribande, sino a sera. Ovvio che al momento della merenda ci aspettava suor Idelfonsa: una ruota di pane misto a testa, con dentro bologna, salame crudo o …. quel che dettava la cuciniera, per una fame atroce che ci divorava, invece di mangiarcela.

I compiti, quando?” tuonava la monaca …..poi, poi, poi rispondevamo in coro, fino a quando la monaca ci “cacciava” a casa, in attesa dell’indomani.  Penso sia l’ora di scrivere la Poesia “San Giusèpu a u Uspedà” di Angelo Azzimonti, pubblicata su “Gùti da rusàa” (gocce di rugiada) edito da Grafiche Casbot  nel 1989.

Eccola: San Giùsèpu a u Uspedà

Sù a scèsa ‘na lisèrta, an’mò infregìa,

l’è ferma al sù ch’al tàca a inteidìssi.

Al vòltu ul San Giusèpu al benedissi

i tanti fioeu che, in brègia fìna àa sia

i toeuan, in chì butìi  fèi da lègn

sunèi, pupòl, rusài da castègn.

 

I mònighi a bunùa in dàa gesèta

i càntan a memòria  ul “Palestrina”

in sù’l brùmentu a “banda Citadìna”

la mànca mai da fà ‘na cài marcèta

e in mèz’àa gènti, a mùsica  e ‘l rabèl

gh’è sèmpr’un cài balòn ch’al sgùa in cièl.

 

Al sgùa in cièl incontr’àa primavèa

ch’a l’è già drè finì da profùmàssi

parchè tra pochi dì l’ha  a turnà a nàssi

in di prìm gèm cha sponta  in dàa brùghèa.

Ul vèntu ch’al sa pòrta via i balòn

al fà da purtinài di du stagiòn.

Avvertenza:

una volta, si celebrava la Festa di San Giuseppe il 19 marzo e la poesia di Azzimonti è stata scritta proprio per quella ricorrenza. Quindi, ogni riferimento è dedicato alla primavera che sta sbocciando.

Ed ora, la traduzione:

Sopra la siepe, una lucertola ancora infreddolita – è ferma al sole che comincia a intiepidirsi – In alto San Giuseppe benedice – i tanti ragazzi che in moltitudine, fino a sera – acquistavano in quelle botteghe fatte di … legno – sonelli, bambole, rosari di castagne. – Le monache alla buonora nella chiesetta – cantano a memoria il “Palestrina” – e all’imbrunire, la Banda Cittadina – non manca mai di suonare una marcetta – e in mezzo alla gente, alla musica e al frastuono – c’è sempre qualche pallone che vola in cielo. – Vola in cielo, incontro alla primavera – che sta terminando di profumarsi – perchè tra pochi giorni deve tornare a nascere – dentro le prime gemme che spuntano nella brughiera. – Il vento che si porta via i palloni – fa da portinaio di due stagioni.

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