Mettere limite alle pretese
Sberle alla bocca

Una considerazione: quando il risparmio non ci sarà più, anche le pretese dovranno avere un limite. E non saranno tutte indolori...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Un tempo con il “dòghi’i sberlòi a buca” si voleva dire… rinunciare. D’accordo che, con la traduzione “dai sberle alla bocca” si potrebbe passare oltre e fare spallucce, ma il messaggio è attualissimo (specie di questi tempi). Le “sberle alla bocca” richiamano l’indigenza, la mancanza di cibo, forse una dieta forzata, dovuta a privazioni non ostentate, ma veritiere.

Oggi lo si capisce un po’ meno ed è deprecabile. Si ha il superfluo. Si rinuncia a nulla. Si vorrebbe tutto e subito. Non si ha più nemmeno la decenza della sorpresa, fino (quasi) a sconfinare nella noia. la voglia del sacrificio è scomparsa. Chi poi ha provato ad “avere fame” fa di tutto per offrire a figli e nipoti ciò che non ha avuto in epoca…pubertale e giovanile e… combina più danni che aiuti.

Chiaro che sono anch’io fra quelli. Tuttavia, una riflessione la devo compiere, altrimenti tutto sarebbe vano. Come la maggior parte della mia generazione, siamo cresciuti col NO categorico. Non era un vezzo dei genitori, ma una necessità contingente. Si lavorava troppo, si otteneva poco; si avanzavano pretese, forse si chiedeva maggior giustizia, ma – si sa – l’uomo è egoista e tutti tirano dalla propria parte. E’ così che i mecenati volevano guadagnare di più, che gli operai dovevano sottomettersi al volere di chi offriva lavoro e furono necessarie le lotte (con gli scioperi) per giungere a conquiste a volte strappate con un “braccio di ferro” atroce e, molte altre volte, con la accondiscendenza di chi riconosceva il Diritto del (e al) Lavoro. Le “sberle alla bocca” dovevano darsele tutti: guadagnare un po’ meno e rispettare il Lavoro.

Lavorare con orari decenti con dentro il tempo del riposo e riconoscimento della professionalità. Il “merito” aveva un senso, come lo aveva la rinuncia al lusso e allo sfarzo, per poter condurre una vita non basata sugli stenti. Quelle “sberle alla bocca” inducevano al risparmio….non certo alla tirchieria che si mescolava con l’avarizia o la spilorceria. Risparmio per poter scegliere fra i “bisogni” quali fossero quelli primari o quelli di minore importanza.

Con l’avvento dell’industria, chi aveva “un pezzo di terra” non disdegnava di avere in casa un telaio o un tornio, sicuramente affittati e di “seconda mano” e adattarsi ai lavori di scopo, senza tralasciare l’orto, il campo o la “proeusa” (aiuola – per dire piccolo appezzamento di terra), dove seminare verdure spicciole, tipo: insalata, rapanelli, zucchine, fagiolini e ….. fiori.

Con la “paga” dell’azienda e il raccolto dell’orto, si riusciva a far quadrare il bilancio e, a suon di sacrifici, far studiare i rampolli che di volontà, non ne avevano, ma con il “trattamento ai fianchi” (come ha fatto la mia Pierina) facevano comprendere il concetto che “con un pezzo di carta in mano, si hanno maggiori possibilità di un lavoro maggiormente qualificato e maggiormente retribuito“.

Il prosciutto, non lo conoscevo. Per dire che in casa, oltre al quotidiano minestrone (pasta o riso) e il pollo alla domenica con tanto di risotto appresso, non esisteva altro, tranne la “bulogna” (mortadella) e “ùl salàm crùo” (salame crudo). D’accordo, la polenta, una fetta di gorgonzola, una di taleggio e qualcos’altro, il “menù” era …. costante. Se t’azzardavi a chiedere altro, ti veniva risposto “gà òi daghi’i sberli a bùca” e non è che ti …. malmenavi. Mangiavi quel che trovavi nel piatto e ….poche storie.

Ci tuffiamo nella realtà? Lo facciamo, proprio? Auto di grossa cilindrata ai neo patentati, immancabile il cellulare e gli abiti griffati, leccornie a tavola, “incitamenti” allo studio e alla fine, come si è ripagati? Meglio non dire. Ciascuno si becchi gli improperi suoi. Non c’è “slavadenci” (sberloni) di ritorno e ciascuno vive per le proprie congetture. Rimpianti?

No, non servono. Busto Arsizio – del resto – coi suoi 83.000 residenti di cui forse 3.500 “nativi e lavativi” si è un po’ adeguata.  “La città è moderna” cantava Celentano e indietro non si torna. Una sola considerazione: quando il risparmio non ci sarà più, anche le pretese dovranno avere un limite. E non saranno tutte indolori. A essere poveri (chi l’ha provato) la situazione non farà specie. Chi non avrà dato “sberlòi a buca” soffrirà. Non si sa come e quanto, ma i sacrifici non si comprano. O si vivono o si subiscono.

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