Incontro alla LIUC incentrato sulla “Ricerca del futuro perduto”
Scusate, che fine ha fatto la fiducia?

Un’era mediatica fa, una nota azienda alimentare italiana pubblicizzava i suoi prodotti con uno slogan tanto semplice quanto efficace che era composto da tre semplici parole: vuol dire fiducia...

Luciano Landoni

castellanza

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Un’era mediatica fa, dagli schermi televisivi del 1° canale della Rai, una nota azienda alimentare italiana pubblicizzava i suoi prodotti con uno slogan tanto semplice quanto efficace che era composto da tre semplici parole: vuol dire fiducia. La fiducia, ossia la colonna portante dell’ottimismo che, a sua volta, è il propellente principale della forza di volontà e della voglia di fare, progettare, sognare (con almeno un piede per terra) un mondo nuovo e migliore.

Quando manca la fiducia, la spinta verso il domani si affievolisce progressivamente fino a spegnersi del tutto e al suo posto rimane un rancoroso pessimismo che vive di una triste nostalgia per un passato che non tornerà mai più e che si nutre della crescente paura del e per il futuro (il filosofo Zygmunt Bauman ha definito questo stato d’animo con il termine retrotopia).

Perché si perde la fiducia negli altri, nell’economia, nelle istituzioni politiche?

E’ possibile invertire questa tendenza che sembra connotare sempre di più l’inizio del 3° Millennio?

Come si può (deve) reagire a tutto questo? Domande complesse, anzi complicate, a cui ha cercato di rispondere l’incontro svoltosi nell’auditorium della LIUC-Università Cattaneo intitolato “Alla ricerca del futuro perduto: per un’economia veramente umana”.

Dopo i saluti di Alberto Malatesta, direttore della Scuola di Diritto della LIUC, sono intervenuti (con il coordinamento di Eliana Minelli, docente di Organizzazione aziendale)  nell’ordine: Vittorio Pelligra, economista dell’Università di Cagliari; Luca Corazzini, docente di Economia politica all’Università Cà Foscari di Venezia; Don Omar Cappelli, cappellano del Centro pastorale cattolico Piergiorgio Frassati.

Il fil rouge che ha contraddistinto gli interventi è stata la sottolineatura della crescente sfiducia nelle istituzioni dello Stato liberale, a partire dalle fondamenta stesse della democrazia rappresentativa.

Insomma, un vero e proprio ribaltamento delle tavole di valori fondanti le società occidentali.

Il professor Pelligra ha ricordato la critica dell’economista Matthew Rabin secondo il quale “L’economia non dovrebbe interessarsi solo dell’allocazione efficiente dei beni materiali, ma anche della progettazione di Istituzioni nelle quali i soggetti siano felici di interagire fra loro”.

“La fiducia è un ‘bene comune’, come l’aria che respiriamo, le grandi foreste o i pesci del mare, e come tutti i beni comuni è soggetta ad una logica tragica: ci rendiamo conto della loro importanza solo quando iniziano a scarseggiare e cominciano ad apparire gli effetti devastanti sui legami sociali – ha precisato Vittorio Pelligra – e sullo sviluppo economico”.

La perdita di fiducia, inoltre, è simile ad una “malattia contagiosa” che si diffonde con impressionante velocità estendendo il contagio in ogni dove.

Che fare per arginare il fenomeno?

Non basta porre delle regole (leggi dello Stato) mediante le quali contrastare la naturale tendenza dell’essere umano a comportarsi come un “furfante” (Hume), un “essere cattivo” (Holmes), un individuo “amorale che utilizza l’inganno” (Milgram e Roberts).

Dare per scontato che “tutti gli uomini sono colpevoli” (Machiavelli) può essere necessario, ma certamente non è (più) sufficiente.

“Nello stesso tempo – ha continuato Vittorio Pelligra – non si può ‘costringere’ qualcuno a fidarsi di noi. Forza e autorità non bastano. Occorre ‘coltivare solide virtù’ come ha detto Papa Francesco. E il vero ruolo delle Istituzioni, come ha teorizzato il premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom, è ‘tirar fuori’ la parte migliore di ciascuno di noi. In altre parole, ci vogliono nuove Istituzioni che non basino il loro operato solo sulle sanzioni”.

Le “radici” del recupero della fiducia affondano nella cooperazione che a sua volta si basa su 5 pilastri ideali: 1) reputazione; 2) reciprocità (chiunque si senta premiato/gratificato tende ad essere più affidabile); 3) gratuità; 4) team thinking (pensare come una squadra); 5) minoranze profetiche (pochi soggetti sono in grado di scatenare processi globali).

Luca Corazzini, dal canto suo, ha approfondito l’aspetto specificamente economico del problema, evidenziando come “Fidarsi è bene, non fidarsi è peggio”.

Più fiducia significa favorire la creazione di maggiori risorse destinate all’innovazione.

“Quando in un Paese c’è una fiducia diffusa – ha sostenuto Luca Corazzini –  il reddito pro-capite cresce”.

L’economista ha indicato come “motori di fiducia” le attività volontaristiche e solidali.

La relazione finale di Don Omar Cappelli è stata senza dubbio quella maggiormente stimolante, anche perché è andata direttamente al nocciolo del problema: qual è la radice più profonda della sfiducia?

“L’individualismo – ha risposto Don Omar -. Ossia porre se stesso al ‘centro’. Soddisfare i propri desideri. Se (im)pongo me stesso al centro, creo automaticamente una ‘periferia’ e metto gli altri al confine. Questi ultimi, però, premendo proprio sui confini per entrare, si trasformano in ‘nemici’ che attentano ai miei privilegi, che mi schiacciano i piedi”.

Accanto al concetto di “individualismo”, Don Omar ha posto “l’idea di eccellenza”.

“Noi dobbiamo eccellere! Non basta mai quello che sappiamo e quello che facciamo. Quello che siamo non va mai bene perché dobbiamo continuamente rincorrere l’eccellenza. Chi vuole essere eccellente (per distinguersi e primeggiare) è ovvio che voglia che l’altro non lo sia. Ecco allora – ha aggiunto Don Omar – che si diffonde e si consolida un contesto di concorrenza esasperata. C’è poi un’altra logica conseguenza: se uno è individualista è inevitabile che non nutra fiducia negli altri e nelle Istituzioni. Se non si nutre fiducia nelle Istituzioni, queste ultime chi rappresentano? Aggiungo che tale sfiducia nelle Istituzioni deriva dal fatto che le stesse non sono più in grado di garantire il benessere delle persone”.

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