Come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Semplicemente Uomini (seconda puntata)

Siamo rimasti nell'ultimo articolo alle prese con un poliziotto sui generis che però sarebbe buona cosa non fosse considerato tale, Gianni Pesce...

Michela Diani

Busto Arsizio

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Siamo rimasti nell’ultimo articolo alle prese con un poliziotto sui generis che però sarebbe buona cosa non fosse considerato tale, Gianni Pesce. Non è il solito personaggio famoso pieno di sè e inavvicinabile. Non è neppure un altezzoso gigante serioso. Tutti questi uomini di spessore nella vita sono uomini semplici e umili, senza grandi pretese né particolari vezzi, con un tratto di personalità costante e cioè quello di essere uomini profondamente liberi, che sulla loro libertà hanno fatto ruotare tutto il resto.

Come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così come di altri poliziotti o magistrati che hanno lavorato o lavorano seriamente nell’antimafia, ho respirato, insieme al tesoro prezioso della libertà, la solitudine dell’uomo che combatte questo genere di battaglie. Non certo perché siano persone asociali o di poca compagnia. Anzi. Risuonano durante l’intervista battute e risate, sullo sfondo, quello sì, di una personalità un pò selvatica.

Che vuole dire selvatico? Vuol dire un individuo capace di stare anche molto solo, perché per taluni incarichi e missioni – funziona così-, anche se hai una squadra, anche se hai qualcuno vicino, essi portano sempre con sè un gran margine di solitudine in cui si mescolano studio, riflessione, strategia, saggezza, fatica e responsabilità.

Da quando entra in Polizia, ha la possibilità di dirigere una squadra mobile, di vivere in diverse città e quindi di avere a che fare con realtà differenti del territorio italiano, di occuparsi di mafia e di traffici di droga, di muoversi per il suo lavoro sia sul territorio nazionale che internazionale grazie a una capacità di autonomia molto importante che si è ritagliato nel corso della sua carriera e lascia la Polizia solo per il suo pensionamento, poco prima di diventare Questore. Una buona parte della sua attività investigativa e poliziesca si realizza nella terra sarda dove egli viene trasferito molto giovane, insieme alla moglie, in un piccolo comando di Polizia. Viene da subito etichettato come ‘pericoloso’. C’è naturalmente da domandarsi, ‘ Pericoloso per chi?’. Pericoloso perché con un carattere burrascoso e diretto, ma che soprattutto non si piegava alle catene dei potenti risultava scomodo a un potere – anche quello della Polizia è un potere – che stringi stringi,  deve poi corrispondere alla politica. Nella sua intervista Pesce, è molto sfacciato: ”E’ possibile e questa è una mia idea, che il merito, – contrariamente a quello che mi aveva insegnato mio padre,  – sia considerato un grave torto, perché, non ti scordare che la Polizia ha dipendenza politica, dipende da un Ministro, che dipende da un capo del Governo e il Capo della Polizia dipende dal Ministro. In tutte le grosse indagini che io ho fatto, scava, scava, dietro fatti che sembravano di criminalità comune o di criminalità mafiosa spuntava fuori l’elemento politico. Non puoi gratificare con un comando di molti uomini, possibilità e risorse una persona che può essere ‘pericolosa’ per le stesse persone da cui dipendi, e questo fa sì che bisogna cercarli con un lumicino coloro che hanno questo atteggiamento mentale. ”

Il suo discorso è facilmente condivisibile se, liberandoci dalle cosiddette fette di salame sugli occhi del cittadino ingenuo, cominciamo a capire che gran parte delle questioni di qualsiasi natura si giocano su equilibri di potere, scambi relazionali e ammiccamenti diplomatici, nonchè per andar peggio mazzette e trattative sotto banco. Con questo, ovviamente, nè Pesce, nè tantomeno io, vogliamo dire che la Polizia sia un organo corrotto, ma semplicemente che pur non facendo mai di tutta l’erba un fascio, esistono comunque delle dinamiche politiche in qualsiasi istituzione che non possono e non devono mai essere sottovalutate, perché proprio su queste si giocano talvolta le trattative più segrete.

E’ curioso che, mentre scriva questo articolo, il mio pensiero vada ad Andreotti che, in uno dei libri di Pesce viene raccontato dapprima, sotto pseudonimo e che almeno per come l’ho sempre visto io, ma anche dai tratti che ne emergono dai libri di Pesce, può essere considerato il Re di una tessitura politica a ragnatela di enorme potere, in tutto il tempo che è stato ministro o comunque figura di grande riferimento per il paese.

Gianni Pesce mi ha ricordato, mentre leggevo il suo libro, ‘ Giusto e Ingiusto’, il trasferimento di Paolo Borsellino da Palermo a Marsala, quando quest’ultimo venne trasferito in una Procura in disarmo, secondo le fonti, dove mancavano anche risorse adeguate per la lotta alla mafia e dove egli seppe però fare comunque grandi cose.

Fu la stessa cosa per Pesce. Poche risorse e grandi capacità. Sì, perché il riscontro che traggo è questo. Questi uomini hanno saputo con risorse decisamente inferiori al necessario far fruttare i propri incarichi al massimo. Il che già ci può far riflettere su quanti soldi lo Stato Italiano probabilmente investe inutilmente in vari settori, per poi appunto farli mancare ove sarebbero necessari per migliorare il funzionamento di Procure, Polizia, Magistratura.

Come non pensare che lo Stato talvolta non lo faccia apposta? La domanda da porsi, insomma, a partire da questa banale considerazione è: ‘ Ma lo Stato, la mafia la vuole combattere veramente o per finta?’. Se la ‘trattativa stato mafia’ fosse una fantasia di pochi complottisti potrei dire che sto pensando male, ma poiché a pensare male, come diceva Andreotti, ‘si fa peccato, ma ogni tanto ci si azzecca’ , trovo la considerazione tutt’altro che fantasiosa.

Gianni Pesce ha scritto diversi libri, tutti autopubblicati – probabilmente finora non ha trovato nessuna casa editrice così coraggiosa da mettere la faccia in scritti che sollevano un bel polverone istituzionale – ma proprio per questo motivo, personalmente ne traggo il valore.

Cosa può interessare a un poliziotto in pensione con il grado di vice questore e che quindi ha anche ottenuto nella sua carriera tutte le soddisfazioni del caso, investire se stesso anche nella scrittura di libri se non la passione per un paese che non vuole vedere finire nelle mani della mafia? Una mafia che, dai suoi libri si evince molto chiaramente, ha trame e legami molto forti con il mondo della politica.

Il commissario Mari nelle sue indagini si confronta con molti personaggi del mondo politico degli ultimi decenni e inizialmente non ne fa i nomi se non indirettamente attraverso pseudonimi, anche se alcuni sono perfettamente riconoscibili o quanto meno intuibili se si seguono attentamente le trame.

Lascio al lettore la sana curiosità di andare oltre e aver il coraggio – perché di coraggio si tratta – di leggerli.

 

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