Auguri ai lettori
Semplicità e condivisione

Una filastrocca abbastanza demenziale, per “palati fini” della lingua Bbustocca, faceva così: “pizìga muliga la gatta la riga, riga rigon fasò da melon, sabat de sera gà canta’l gàl, fora la musca dentar ùl cavàl”...

Gianluigi Marcora

Busto Arsizio

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Una filastrocca abbastanza demenziale, per “palati fini” della Lingua Bustocca faceva così: “pizìga muliga la gatta la riga, riga rigon fasò da melon, sabat de sera gà canta’l gàl, fora la musca dentar ùl cavàl”. Quasi si fa fatica a “tradurla” in italiano. Io ci provo. Chi ne sapesse qualcosa di più, non abbia scrupoli. Ci avverta. Anche per raddrizzare il tiro e per offrire una dettagliata spiegazione. Dunque: “piziga” è pizzica e il diminutivo con vezzeggiativo è “pizzicotto” e la filastrocca presuppone un pizzicotto che si attuava coi bimbi piccoli facendo loro stendere la mano aperta. Immaginate di cantare la filastrocca (demenziale) passando da un dito all’altro. Fa effetto. Fa pure ridere. E lo testimoniano tutti i bambini su cui viene fatto. Il “muliga” non so cos’è e giuro che non si tratta della mollica del pane. “la gatta la riga” mi fa pensare a una gattina che si… mette in riga o fa le fusa, ma l’interpretazione è abbastanza pleonastica. Poi c’è un rafforzativo della riga col “riga rigon” che mi fa pensare alle linee tracciate sul foglio di disegno. “Fasò da melon” letteralmente “fagioli di melone“. Posso capire i “fasò” che appunto sono i fagioli con tanto di baccello, ma non capisco cosa c’entrano i fagioli  col “melone” che avrà pure i suoi semi, ma non i “fasò“.

E arriviamo al “sabat” che è la parola tronca di sabato e nello specifico “sabato di sera” che mi fa pensare un po’ a John Travolta con la sua “febbre” che ho vissuto e che ai tempi della filastrocca, non esisteva. E che succedeva allora? “gà canta’l gàl” che scompagina ogni cognizione di realismo. Primo (e lo dice un ex contadino, nel senso che mio padre era un contadino e io sentivo il “profumo della terra” che mi porto sempre dentro, per la sua semplicità, la sua genuinità, il suo modo efficace e non effimero, la vita) perchè il gallo canta all’alba e mai di sera e meno che meno il sabato sera. E, secondo, che vuol dire “fora la musca e dentar ùl caval“. In italiano “fuori la mosca e dentro il cavallo“, ma… fuori da che?… dentro dove?.

Suppongo (ma è pura fantasia) che la mosca stesse fuori dalla stalla e dentro la stalla, in compagnia di altri animali (mucche, vitelli, chiocce, pulcini, asini e buoi), ci entrava il cavallo col suo elegante incedere e col suo nitrito netto, incisivo, quasi suadente. Vero che la filastrocca può apparire nella sostanza, demenziale, ma è pur vero che ogni volta che si gioca coi bimbi, facendo loro stendere la mano aperta e passando pollice e indice a mò di pizzicotto, si aveva un risultato sorprendente: una risata condivisa che coinvolgeva tutti coloro che assistevano al numero. Era coinvolgente, insomma nella spensieratezza e nella semplicità.

Visto che ci siamo butto lì un’altra filastrocca, anch’essa demenziale. Ѐ da dire e ripetere con un tono austero e con la voce gutturale. Dice così: “aulìulè catamusè, cata prufita lusinghè, tululem blem blu, tululem blem blu“. Mi astengo da ogni traduzione. Forse nemmeno c’è la traduzione, ma noi ragazzi la si usava per la “conta” del tipo utilizzato quando si giocava “a scondàs” (nascondino) che fa “chèl ghe den le dèn e chèl ghe fòa le fòa” (chi è dentro -nella conta – è dentro e chi è fuori, è fuori) e ovviamente l’unico che rimaneva “dentro”… l’ea sutu, cioè doveva contare ad alta voce sino a 50 o 100 (lo si stabiliva prima) per poi andare a scovare i ragazzi che nel frattempo si dovevano trovare un nascondino. Vinceva chi si “liberava” e arrivava per primo al posto della conta e diceva “libero per me” o meglio “vòn du e tri par men” (uno due tre per me). Qui dentro ci sono due aneddoti che mi balzano in mente quasi con… ossessione: quello che “cavallo Piero” (si, il cavallo dello zio Aldo si chiamava Piero e aveva proprio un nome da cristiano) e merita una citazione. L’altro argomento riguarda Luciano, compagno di giochi dell’infanzia, figlio di mio cugino e purtroppo defunto qualche anno fa. Non vi parlerò di Luciano nell’aneddoto, ma vi illustrerò quel che successe quella sera, quando a nascondino ero “sotto io” e che mi sembrava logico muovermi con cautela per andare a trovare tutti gli altri che si erano nascosti per “cusarli” (dire a gran voce il nome di chi si era scoperto) al posto fatidico. Beh, abbiate pazienza… che si trova nei pressi di… Abbiate Guazzone, vicino a Tradate.

In sintesi qualcuno si dirà: che Editoriale è a Capodanno? Domanda sacrosanta. Risposta: è per augurare a ogni Lettore un semplice e sorridente 2018 all’insegna della semplicità e nella condivisione.

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