RICORDI
Il sole va nel bosco

Uno dei più conosciuti "detti" Bustocchi è "agustu, ùl su al va in dul buscu"" che letteralmente fa "agosto, il sole va nel bosco". Era per dire che d'agosto vien sera più presto; che le giornate si accorciano, che si va incontro a una nuova stagione, che "l'estate sta finendo" (come cantavano i Righeira)

Gianluigi Marcora

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Uno dei più conosciuti “detti” Bustocchi è “agustu, ùl su al va in dul buscu“” che letteralmente fa “agosto, il sole va nel bosco“. Era per dire che d’agosto vien sera più presto; che le giornate si accorciano, che si va incontro a una nuova stagione, che “l’estate sta finendo” (come cantavano i Righeira).

Eppure, per i tempi della mia gioventù, specie di Ferragosto, si pensava alla scampagnata “fuori porta” e al divertimento sfrenato (da non pensare in chissà quali modi) e dalla passeggiata ai “tri crusèti” dopo una scalata al Sacro Monte di Varese.

C’era effervescenza fra tutti noi. E non solo. Le mamme prima di tutti, preparavano ogni sorta di cibo, come se andassimo a compiere il ….giro del mondo; i padri minacciavano i figli per i doveri da compiere. Guai non ubbidire. Si rischiava il castigo e (peggio) di rimanere a casa per punizione. Diciamolo: era una finta per farci “rigà drizzu” e per non incorrere in mai applicati castighi. E noi….noi ragazzi che sognavamo quel giorno di “mezu’ustu” (mezz’agosto) come se fosse la giornata della libidine godereccia e dei giochi sfrenati da compiere al “scepu” che vuol dire “ceppo” …. radura in cima al Sacro Monte, piena di verde, di fiori e di erbe che al piano nemmeno si conoscevano.

Guai poi effettuare la scalata senza la giusta devozione per i personaggi sacri che si incontravano nelle Cappelle. Anche qui, le mamme soprattutto, inanellavano un rosario via un altro e alla “chiamata” Ave Maria gratia plena” detta in un latinorum di brava gente, si doveva rispondere “Santa Maria mater Dei, lungatinorum” e il resto che nemmeno si conosceva il significato.

Poi scorribande in cima al Sacro Monte dopo una breve tappa al “Belvedere” da dove si poteva ammirare l’intera vallata. C’era chi sentenziava “da là ghè Busti” e tu gli credevi nell’assoluto rispetto. E qualcun altro ammoniva “l’è nòn Busti, ma l’è Galarà” e per gli ….astanti, Busto Arsizio o Gallarate, pari erano …. ma che importa? Alla scampagnata “fuori porta” non si andava da soli, ma in comitiva. Col passa parola, almeno 5 carrettoni (di altrettanti parenti o vicini di casa) si presentavano all’appuntamento. Non si diceva carretti, ma “caretòn” per dire che si trattava d’un carretto grande, capiente su cui si caricavano le vettovaglie (tanta, tanta roba) e i “butigliòn da vèn” (i bottiglioni di vino) che dovevano servire per “scoedi a sedi” tradotto in “soddisfare la sete” cioè bere.

Non sempre si riusciva a giocare appieno, a mangiare tutto quel ben di Dio e anche a svuotare i bottiglioni di vino. Qualche rimanenza da consumare il giorno dopo, risultava. Di certo: l’unico sano fino in fondo e l’unico su cui fidarsi era il cavallo …. o meglio, i cavalli che, attaccati alle stanghe si vedevano appioppare (chissà perchè) doppia o tripla razione di biada. “L’è festa anca par lui” – è festa anche per loro, sentenziavano gli uomini e …. “va là cà la va ben, inscì” ….va bene così. Divertimento quasi …spasmodico.

La strada del ritorno avveniva quasi in incognito. Si metteva il cavallo fra le stanghe (prima lo si liberava dal  ….giogo) e ogni papà gli diceva la parolina dolce “te à menàmi a cò” (devi portarmi a casa) poi si caricavano i rimasugli, si piegavano le enormi tovaglie, si raccoglievano eventuali scartoffie, si pulivano nell’apposita “lavanderia” pentole, piatti e stoviglie varie e ci si accomodava sul carretto ….carrettone. Di lì a poco (ma proprio poco) il carretto ….carrettone, diventava un dormitorio collettivo. Lo si avvertiva dal copioso russare di quasi tutti, con i cavalli finalmente liberi di compiere il proprio dovere, senza le redini a dettare il percorso.

Per incanto si raggiungeva casa. Per quella sera si aveva licenza di andare a letto senza lavarsi, di portare le stoviglie in cucina senza sciacquarle, di spogliarsi senza che la mamma urlava “t’è ghè su’l crocu sui ginogi” che vuol dire “hai le ginocchia sporche” e tutti ci si tuffava nelle “braccia di Morfeo” quasi senza saperlo.

Il babbo (chissà perchè) l’indomani andava ad abbracciare il cavallo, a dargli ancora le doppia razione di biada e a dirgli qualcosa in un sussurro che sicuramente era un ringraziamento per una Festa vissuta tutti assieme. Solo Dick mi guardava un tantino ….risentito. A lui, al mio meraviglioso cane è toccato far la guardia di casa ed io non gli ho mai detto che al sacro Monte avevo giocato senza di lui.

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