Che spelonca di patriarchi e patriarche

Quel patriarcato maschile ma anche femminile che è molto presente all’interno del Tribunale di Busto Arsizio e che è di capitale importanza abbattere, per ripristinare un equilibrio tra le parti...

Michela Diani

Busto Arsizio

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Quel patriarcato maschile ma anche femminile che è molto presente all’interno del Tribunale di Busto Arsizio e che è di capitale importanza abbattere, per ripristinare un equilibrio tra le parti. Non esiste pari opportunità né tanto meno genitorialità condivisa in un contesto dove il patriarcato la fa ancora da padrone e nella più ampia legalizzazione di comportamenti volti all’annichilimento delle donne e dei bambini, che la legge al contrario dovrebbe punire e anche severamente, sempre in nome di quella famigerata Convenzione di Instanbul che viene considerata carta straccia.

Questo è un argomento spinoso – quello del patriarcato delle istituzioni-, talmente spinoso che il CSM ( Consiglio Superiore della Magistratura) è stato ‘costretto’ a interessarsi alla cosa, stimolato da giudici sensibili e conoscitori del sistema che negli anni si sono mossi ‘sin pausa e sin miedo’ – (senza interruzione e senza paura) con il fine di portare una maggiore cultura all’interno di palazzi che, seppur non dovrebbero esserne privi, in realtà ne sono sempre più evidentemente sprovvisti. Si è tenuto infatti pochi giorni fa un incontro organizzato proprio dal CSM volto a sensibilizzare e formare i capi procura e in via indiretta gli operatori addetti sul tema. Una sensibilizzazione e una formazione che, a parere mio, andrebbe estesa e anche resa obbligatoria per le sezioni civili che sono spesso la causa di un inasprimento pericoloso dei conflitti proprio a causa di ignoranza e menefreghismo. Inutile infatti nascondere che le procure, per quanto indietro, qualche passettino in avanti sono costrette a farlo, se non altro perché si confrontano con questo tipo di problematiche molto da vicino, mentre le sezioni civili fingono che il problema non esiste, il che è terreno fertile per il suo sviluppo.

Da qui fuori, non si affermano certe ragioni da un piedistallo di cristallo, ma al contrario dopo essersi sporcate le mani in una realtà condivisa da molte e con la quale nessun coltivatore di ostriche nei palazzi abbia interesse a rapportarsi. E’ infatti molto comodo usare questo tema, quello della violenza contro le donne, a ridosso di una campagna elettorale per farsi belli davanti alla collettività, così come farsi fotografare nei giornali locali per risultare avvocati o politici di grido al fianco delle donne quando in realtà si tratta solo di ipocrisia.

Siamo in una epoca nella quale è necessaria una rimessa in discussione radicale dei parametri di giudizio che nei Tribunali, psicologi nella veste di periti e quindi giudici, mettono in campo per deliberare su vicende personali che tuttavia poi non restano tali, perché le sentenze fanno giurisprudenza e quindi fanno anche costume sociale.

Inutile aspirare alle pari opportunità in un paese e in istituzioni dove è ancora in vigore la caccia alle streghe. Negare e sottovalutare le evidenze storiche così come la realtà quotidiana dei palazzi non solo è cosa molto pericolosa per la collettività, ma è anche motore di un disagio sociale che si andrà a ripercuotere sulle nuove generazioni in maniera determinante. La negazione di certi abiti istituzionali che privano le donne del rispetto che meritano in quanto persone, prima ancora che donne e madri conduce a una prassi che rende molto simile alla mafia la questione della violenza alle donne, paragone fatto non molto tempo fa da una giudice di Roma, la quale ha sottolineato proprio questa evidente volontà di ‘nascondere’ il problema, proprio per mano di una magistratura ‘omertosa’ di palazzo.

Come si fa a giudicare le donne da un pulpito da patriarchi o patriarche abituate a difendere più gli uomini e i loro diritti che se stesse? Sì, perché in fondo, qui si tocca un tema importante che è quello di quell’abitudine femminile a proteggere, a giustificare, a includere, a propendere sempre più verso l’uomo che verso se stessa perché inconsciamente addestrata da una società dove i diritti degli uomini vengono sempre prima dei suoi. Così nei secoli ci siamo abituate a questa benedetta inclusione sempre di tutto, anche di una tolleranza ingiustificata e di una sopportazione infinita accettando di essere segregate nel cantuccio della storia da chi, in fondo per paura, ha convenienza che ce ne stiamo buone, zitte e in cucina. Se il patriarcato continua a offenderci in questa maniera non tutelando i nostri diritti alla pari di quelli degli uomini, la Resistenza sarà sempre più dura e l’opposizione sempre più schietta.

Senza una psicologia un po’ svecchiata di modelli e quadri femminili che si rifanno ancora alla Bibbia e a libri che vengono appiccicati tout cour alla vita della gente, senza connessione reale con la loro esistenza, si calano dai palazzi soltanto regole senza vita che si rivelano poi fallimentari nella quotidianità di chi poi è costretto a metterle in pratica poiché vengono sancite come verità giudiziarie.

Insomma signori, in Tribunale a Busto Arsizio, si sono fatte perfino le ragnatele, direi che è il caso di toglierle a cominciare da un rifacimento netto dell’elenco dei periti psicologi ivi operanti da rendere tabula rasa per costituirne uno nuovo dove gli operatori verranno ammessi non solo sulla base dei titoli, ma anche sulla base di capacità a fare il mestiere e qualità umane degne della collettività. Così chissà gli elenchi nei Tribunali saranno un po’ meno il porto sicuro di procacciatori di pagnotta e diverranno un ambito luogo di servizio alla collettività dove il denaro e gli interessi di palazzo sono indubbiamente secondari alla ricerca della verità e dove la caccia alle streghe, ops alle donne, viene finalmente boicottata e una volta per tutte.

 

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